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La rivolta di Budapest del 1956 vista da Indro Montanelli

La rivolta di Budapest del 1956 vista da Indro Montanelli
Gennaio 05
02:00 2007

Copertina de La sublime pazzie della rivoltaIl 23 ottobre di 50 anni fa esplode a Budapest una sommossa spontanea e di popolo. Sono studenti, intellettuali, contadini ed operai, decisi ad ottenere una versione di socialismo, non più filosovietica, ma nazionale, libera e riformista. La notte precedente l’insurrezione del 23 ottobre, al Politecnico di Budapest, una commissione di studenti elabora un programma in sedici punti, nel quale s’invoca l’evacuazione immediata delle truppe sovietiche dall’Ungheria e l’avvento al potere di Imre Nagy. Nei giorni successivi questo documento diventa il ‘Manifesto della Rivoluzione’.
Indro Montanelli, inviato speciale del Corriere della Sera, scrive i suoi resoconti sull’esperienza ungherese in più articoli. Ne riportiamo soltanto una sintesi. Alla notizia dei moti del 23 ottobre il giornalista toscano, che si trova a Vienna in vacanza, si dà subito da fare per raggiungere l’Ungheria. Riesce ad attraversare il confine a bordo di una macchina diplomatica. Il 1° novembre arriva a Budapest e la trova ‘in mano ai patrioti’, mentre i carri armati russi lasciano il Paese. È alla guida dell’insurrezione Imre Nagy, che intende realizzare un socialismo dal volto umano, sull’esempio di quanto ha compiuto in Polonia Wadyslaw Gomulka. Nel pomeriggio del 2 novembre i sovietici chiudono la frontiera occidentale, isolando militarmente l’Ungheria dal resto del mondo. Il 3 novembre, poco prima che le truppe di Mosca interrompano ogni comunicazione per una settimana, Montanelli riesce a mandare un suo articolo che preannuncia la strenua resistenza del popolo ungherese, articolo che esce in Italia subito dopo che cinquemila tank sovietici fanno il loro ingresso a Budapest, cioè alle sei e un quarto del 4 novembre. Racconta il giornalista del Corriere che vede i carri armati provenire da tutte le direzioni sotto un cupo rombo di artiglierie, affiancati tre per tre, con i cannoni puntati avanti e le mitragliatrici ai lati. Ad ogni crocicchio, un’autoblindo si ferma per posizionarsi, mentre le altre proseguono sui grandi viali che portano al centro. In giro non si vede nessuno. Poi verso le ore 10:30 si sente il rumore di una mitraglietta leggera, subito coperto da quello delle armi pesanti sovietiche. E poi ancora il rumore di due, tre, cento mitragliette che sparano da ogni parte. Sono molte, moltissime, scrive Montanelli, travolto dall’emozione. Da quel momento la città è per quattro giorni e quattro notti un uragano di fuoco. Durante questi quattro giorni vengono uccisi quasi duemila ungheresi. Nonostante il pericolo che incombe, Montanelli si fa ugualmente venire a prendere da studenti di un collegio vicino un chilometro, per essere condotto, insieme agli altri, in qualche covo di lavoratori insorti, per raccogliere informazioni per i suoi articoli. Questi giovani del collegio sono i ‘combattenti della libertà’ che il regime ha addestrato alla guerra partigiana, in caso di invasione da parte dei ‘capitalisti occidentali’. Sono ragazzi che avrebbero dovuto essere l’intellighentia dei paesi satelliti di Mosca, racconta l’inviato speciale, ma che, invece, hanno trasformato il loro collegio in un quartier generale della rivolta: antisovietica, ma non anticomunista. Togliatti e molti altri del PCI bollano gli insorti come ‘fascisti’ e ‘controrivoluzionari’. Montanelli li difende contro tutti e due i ‘conformismi di destra e di sinistra’. ‘Chi ha visto quella città’ egli scrive ‘sorpresa nel sonno da cinquemila carri armati, reagire compatta, e dove ogni casa è stata trasformata in fortino e ogni finestra in feritoia, con le strade pavimentate di morti, e poi, rimasta senza munizioni, incrociare le braccia e lasciarsi arrestare, fucilare, deportare, morire di fame e di freddo, piuttosto che collaborare, eh no, chi ha visto tutto questo, all’ipotesi della sbornia collettiva non può credere!’ ‘Del resto, la miseria già si toccava con mano a Budapest anche nei giorni della grande speranza. Bastava guardare i vestiti, le scarpe, le vetrine dei negozi, gli interni delle case. Questa miseria materiale, però, non aveva affatto ingenerato quella morale del servilismo e dell’accattonaggio’ La società ungherese è in pezzi dopo 11 anni di regime comunista, non ha più una gerarchia, né un’economia. Un fallimento clamoroso e mortificante! E fra quanti ne sono responsabili non c’è nessuno che disconosca questa realtà, nemmeno per disciplina di partito.’ Riferendosi, poi, al partito comunista italiano, scrive che ‘è rimasto l’unico a disputare a quello francese il primato del servilismo e della vigliaccheria.’ Montanelli riesce a scompigliare i luoghi comuni di destra e di sinistra che sulla stampa italiana presentano quanto accade a Budapest e sobborghi come una controrivoluzione borghese filoccidentale e anticomunista. ‘Una comoda tesi, questa’ commenta Montanelli tanto ‘per i conservatori, che raffigurano il paese desideroso di scrollarsi di dosso il socialismo reale, quanto per i comunisti, fedeli all’ortodossia sovietica.’ Infatti, nei giorni successivi decine di migliaia di comunisti ungheresi insorti saranno imprigionati nelle carceri. Le ultime impiccagioni di rivoltosi del 1956 avverranno nel 1961. Tornato in patria, Montanelli, rivolgendosi a quanti stanno manifestando per le strade la loro solidarietà agli insorti ungheresi, scrive ‘Studenti d’Italia non faccio il giornalista in questo momento’ quello che vi rimetto è il testamento dei vostri camerati d’Ungheria che, mentre io scrivo e mentre voi leggete, muoiono in senso fisico, uno dopo l’altro, uno sull’altro, cantando l’inno di Kossuth. E, morendo, hanno pensato a voi’ È naturale che abbiano saputo anche delle vostre manifestazioni’ Non compiangeteli! Nessuna vita d’uomo, per quanto longevo, sarà stata così ricca e piena come quella, spezzata a venti anni, dei ragazzi di Budapest che la lanciarono contro le corazze dei carri armati. Ben altri sono da compiangere: coloro che sorrideranno di queste mie parole. E questi sono tra coloro che, appena tornato in patria, mi hanno chiesto: «come mai gli ungheresi hanno fatto questa pazzia?». Sono costoro proprio quelli che domani, coi carri russi all’uscio, non comprometterebbero nulla ma coesisterebbero! Non lasciatevi corrompere da questa saggezza che è il passaporto della viltà, del calcolo e del tornaconto. La Storia non va avanti a forza di saggezza, in nome della quale nessuno ha mai trovato il coraggio di morire. Quel che muove è la pazzia, e mai pazzia fu più sublime di quella degli studenti di Budapest.’
Il libro La sublime pazzia della rivolta, con la prefazione di Mirian Mafai, sta per uscire da Rizzoli con la raccolta di tutti e 24 articoli di Montanelli sull’Ungheria.

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