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Lettera al Duce

Febbraio 18
11:22 2011

Piccola, dagli occhi vispi e allegri, Emma a scuola era una tra le teste più brillanti: pendeva dalle labbra dell’insegnante e tutto registrava e assorbiva con avidità. Vivace, di un’intelligenza attiva, trainava a volte il gruppo classe un po’ lento e poco interessato. La sua maestra l’adorava. Nata nello stesso paesone del Centro Italia, rigoglioso e fertile, la maestra Carboni conosceva tutte le famiglie dei suoi alunni e non faceva eccezione la famiglia di Emma, composta dalla madre Ermenegilda, dal padre Giacomino e dalla figlia più grande Giuliana. Gestivano un’impresa di Sali e Tabacchi, una delle prime rivendite di Vitrella e se la passavano abbastanza bene, anche se per indole Ermenegilda non faceva altro che lamentarsi che gli affari non andavano come avrebbe voluto, che le tasse erano la croce più pesante da portare, che ogni persona in divisa avrebbe potuto trovare cavilli di ogni tipo per sanzionare inesistenti irregolarità nella gestione della Rivendita.
Questo tipo di lamentele era solita sciorinarle quando vedeva passare sconosciuti fuori il negozio avvicinarsi ignari militi, anche loro semplici avventori di fumo. A quel tempo la sigaretta dava tono, si consumava il tabacco spensieratamente, senza minacciose scritte sulla confezione che giustamente ricordano allo sfortunato fumatore dipendente, tutte le conseguenze nefaste del vizio che lo tiene prigioniero. Ermenegilda aveva particolare predisposizione alla lamentela, soprattutto quando la maestra Carboni andava a sollecitarla, affinché si affrettasse a iscrivere al successivo grado di istruzione la piccola Emma, che da lì a poco avrebbe terminato le scuole.
– Pure troppo! – pensava tra sé e sé la tabaccaia che aveva già impegnato nel negozio la primogenita Giuliana per un duplice motivo: una bella mano di aiuto era più che necessaria per lei che soffriva di un malessere che la faceva affaticare per un nonnulla ed inoltre la ragazza si sarebbe impratichita e la Rivendita, alla quale si era aggiunto anche un bel banco di alimentari, aveva braccia in più per servire la numerosa clientela. Il padre aiutava quando poteva, visto che curava le vigne di loro proprietà e spesso i lavori nei campi lo tenevano lontano dal commercio, anche se l’uomo, arguto, curioso e sempre disponibile era considerato un buon confidente per alcuni clienti serali che con lui scambiavano due chiacchiere prima di rientrare in casa.
Quel giorno la Maestra Carboni, passata di proposito per continuare la sua opera di convincimento presso Ermenegilda, fu particolarmente insistente: – La bambina è un elemento valido, è curiosa, apprende con facilità, aiuta i compagni, ricerca da sola notizie nuove ed è sempre preparata con curiosità che va a scovare sui libri! Dia retta a me, Ermenegilda, Emma sarà un’ottima insegnante, io già ce la vedo!-
Naturalmente la mamma di Emma era molto orgogliosa e felice quando riceveva complimenti e lodi rivolti alla figlia, ma restava ferma nella sua convinzione: la bambina aveva frequentato anche troppo la scuola! Che modi sono questi! Il negozio doveva andare avanti e di lì a poco anche Emma avrebbe preso posto dietro il banco a servire tabacchi o gustosi panini, affettati, pane casareccio e così via.
Così Ermenegilda riprese la sua litania: – Troppe tasse, signora maestra! Lei non si rende conto: si lavora solo per vivere! Dove li prendo i soldi per i libri e per la scuola? Qui si deve portare avanti la bottega, non possiamo permetterci il lusso di far studiare Emma ancora per altro tempo … –
A casa continuava il discorso in famiglia e la piccola ascoltava con occhi attenti : – Ma io dico – sbraitava la madre – non si fa altro che sbandierare che il Duce aiuta le famiglie bisognose, che premia chi fa i figli, ma io ricevo e combatto solo con le tasse: tante sono e se continua così come faremo a tirare avanti?! – A volte parlava più a se stessa, per auto- convincersi che la sua decisione di introdurre Emma da subito nell’attività commerciale era la soluzione migliore. Giacomino l’ascoltava paziente: un bonario sorriso nascosto sotto bei baffoni folti smentiva la maggior parte delle lamentele muliebri, ma solo tra i due coniugi si percepiva l’ironia divertita del marito, nei confronti della moglie, così inquieta e apprensiva. La piccola Emma, come si è detto, ascoltava. Ogni parola veniva registrata, valutata, conservata e metteva in moto meccanismi alla ricerca di una soluzione che, sperava, l’avrebbe vista per lunghi anni ancora ad appassionarsi sui libri. Così, non si sa bene come e quando qualcosa scattò nella sua mente. Si procurò un bel foglio di carta da lettere e una busta: con bella grafia, quella alla quale la maestra teneva tanto, iniziò a tracciare lettere con la sua penna ad inchiostro…
– Caro Duce, tu sei stato mandato da Dio per questa nostra bella Patria: io vorrei che mi aiutassi. Sono una bambina di Vitrella, ho solo dieci anni e vivo con la mia famiglia. A me piace tanto andare a scuola, mi piace studiare la storia della nostra Italia, fare conti con la matematica, scrivere e leggere.
Sto per finire la quinta classe e i miei genitori non hanno soldi necessari per comprarmi i libri e farmi continuare la scuola. Non potresti aiutarmi tu? Ti ringrazio e ti mando un grosso bacio. Emma… – Seguiva il cognome, l’indirizzo … li riportò anche sulla busta, sulla quale scrisse a chiare lettere : PER IL DUCE. SUE PROPRIE MANI. Incollò il francobollo e senza alcun indugio, spedì l’accorata missiva. Passò qualche tempo: la scuola volgeva veramente al termine; l’aria calda della primavera inoltrata profumava di vacanze e i bambini erano ormai liberi e spensierati: la maestra Carboni aveva allentato la sua morsa di severità per lasciar spazio a sorrisi, comprensive ramanzine se il chiasso diventava insopportabile, piccole raccomandazioni… Guardava Emma che scriveva seria e composta e sperava vivamente che l’anno successivo la bambina potesse ancora sedere sui banchi di scuola. Nello stesso preciso istante, nella bottega di Ermenegilda che sorridendo stava salutando un’affezionata cliente, due carabinieri in divisa varcarono la soglia, scostando la tendina a lunghe strisce …
Il sorriso si spense sulle labbra della donna, ma cercò di controllarsi e si sforzò di mantenere brillante e viva la voce nel saluto. – Buongiorno …
– Buongiorno, cerchiamo i genitori della piccola Emma M.
Alla povera Ermenegilda per la testa passarono mille pensieri uno più funereo dell’altro…
– Sono la madre, cosa è successo a Emma? Ha fatto qualcosa? Le è accaduto …
Mentre chiedeva la voce si ruppe e rimase con la bocca aperta, quasi senza respiro…
– Signora si calmi, non è successo niente a sua figlia – la rassicurò immediatamente uno dei due, mentre entrambi scrutavano ogni angolo del negozio, facendo aumentare l’apprensione della povera tabaccaia che immaginava chissà quali infrazioni le avrebbero contestato.
– Sua figlia ha solo scritto una lettera al Duce…
Lasciò cadere in tono volutamente indifferente l’altro milite
– Al Duce? Mia figlia? Una lettera? Ma quando ? Perché? Come?
Sempre più trasecolata la donna chiedeva a raffica, mentre sentiva il suo povero cuore battere all’impazzata.
– E che cosa ha scritto?!
– Ha chiesto al Duce di aiutarla a farle continuare gli studi …
– Al Duce, di aiutarla? Ma che è matta? Scomodare così il Capo dello Stato!
Ermenegilda non aveva più parole per la sorpresa e l’incredulità!
– … Siamo venuti a vedere se realmente la ragazza ha bisogno di aiuti statali, ma da quello che noi abbiamo modo di accertare, possiamo solo raccomandarvi vivamente, a nome del Duce, comandante supremo della nostra Italia, di fare in modo che la bambina possa frequentare tutte le scuole che desidera. È un ordine!
Detto questo i due militi portarono la mano alla visiera del cappello, salutarono e si allontanarono lasciando la sempre più agitata e incredula Ermenegilda, seduta, senza parole.Una volta a casa, la piccola Emma si spaventò non poco a vedere la mamma così scossa e preoccupata che la rimproverava, chiedendole come le fosse saltato in mente di scrivere una lettera … AL DUCE, POI!!
Chiese con un filo di voce: – Mi metteranno in prigione?
E già le lacrime spuntavano da quegli occhioni verde scuro, così espressivi e vivaci…
Fu a questo punto che intervenne Giacomino:
– Ma no! Quale prigione! Solo non si fanno queste cose …
– Ma io voglio andare a scuola, voi non potevate…
– Tranquilla, vedrai che ce la faremo!!
In un pomeriggio d’autunno di questi anni duemila e rotti, una simpaticissima nonnina ultraottantenne, dagli occhi sempre vispi e scuri, maestra elementare ormai da tempo in pensione, sorride e ammicca: lascia intendere che grazie a quella missiva scritta di getto, anni e anni di onorata professione, forgiata da una faticosa e impegnativa gavetta, sono stati il coronamento della sua vita professionale. Alla quale, aggiunge grata, il Destino ha regalato un risvolto privato, allietato da una giocosa e rumorosa tribù di figli, nipoti e pronipoti che con la cara Emma hanno in comune uno sguardo volitivo, intelligente e ironico, e un temperamento, se necessario, pronto a tutto!

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