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Lettera sulla crisi e il Welfare

Ottobre 19
23:00 2008

Quello che sta accadendo nelle ultime settimane ha dell’incredibile. Nel giro di pochi giorni la crisi finanziaria ha polverizzato 30 anni di euforia liberista, di discorsi abusati sull’infallibilità del mercato e sulla sua autosufficienza. Gli economisti ci spiegano sulle colonne dei giornali che la crisi in corso è una crisi di fiducia che sta toccando al cuore il sistema economico mondiale. Per quelli come noi che non hanno mai creduto alla bontà degli spiriti animali del libero mercato, al fatto che l’interesse egoistico di ognuno si trasformi magicamente nel benessere di tutti, i fatti di questi giorni sono la conferma dell’insostenibilità di un modello sociale ed economico che ha agito in modo incontrastato ed arrogante per circa tre decenni. Ma il fatto stesso di averlo denunciato in tempi non sospetti non ci salva di certo l’anima. Continueremo ad avere un’idea differente di sviluppo e benessere, ma, è questa la differenza, non lo faremo più in mezzo al deserto. La crisi di fiducia si sta diffondendo sempre di più tra le persone e il successo che hanno riscontrato le mobilitazioni delle ultime settimane contro i tagli del governo alla spesa pubblica lo conferma.

Eppure, è proprio in questo momento particolare che occorre fare affidamento sul senso di serietà. La crisi che sta colpendo i mercati borsistici presto si trasformerà in recessione e licenziamenti, andando a toccare in Italia una situazione economica e sociale già disastrosa. In questo senso è necessario, allora, avviare una riflessione a tutto tondo: momenti come questi possono aprire a scenari inquietanti nei quali la paura può prevalere sulla ragionevolezza. Ma possono anche offrire una chance per ripensare la Politica in profondità oltre quel mandato ad essere «pura amministrazione» dell’esistente a cui è stata relegata.

Occorre puntare nuovamente l’attenzione sul grande tema del Welfare, tema per troppo tempo ignorato dall’agenda politica. Oggi torna di stringente attualità, proprio nel momento in cui la sua dismissione comincia a presentare un conto salatissimo per la società e per l’economia. Mentre i giornali gridano all’allarme e auspicano grandi manovre per salvare le banche, in pochi confessano che è precisamente la privatizzazione del Welfare, lo schiacciamento continuo delle possibilità di consumo delle persone, ad essere all’origine del collasso dell’economia. Quella che una volta era la funzione vitale svolta dalla spesa pubblica nel rimpolpare la domanda di beni di consumo, oggi è stata trasferita sul debito privato, cioè sull’indebitamento senza limiti di persone con bassi salari. È evidente come questo stato di cose non potesse reggere ancora per molto. Eppure, allo stato attuale delle cose, difficilmente vi sono politici o commentatori pronti a proporre soluzioni differenti dall’aiuto alle banche o alle imprese.

Questa disattenzione, se così si può definire, verso una svolta radicale nelle politiche sociali che rimetta al centro il problema di un nuovo sistema di garanzie economiche per chi non riesce a sbarcare il lunario, è destinata a non durare a lungo. Diventerà, infatti, sempre più pressante la contraddizione secondo la quale, di fronte ad una crisi di queste dimensioni, si troveranno giustificazioni per sforare i vincoli di bilancio solo per banche e imprese, e non per i servizi pubblici e per interventi a sostegno delle retribuzioni più basse d’Europa.

La situazione attuale in Italia è caratterizzata da un abbandono quasi totale di questa materia. Dal taglio progressivo ed inesorabile dei finanziamenti ad un Terzo settore costretto alla lotta per la sopravvivenza, all’assenza di politiche di sostegno per i precari e per i lavoratori con una bassa retribuzione. Nella Regione Lazio stiamo tentando di portare a termine l’approvazione della Legge sul Reddito Sociale, primo tassello per riprendere in mano la difesa dei diritti di cittadinanza e per rilanciare, a livello nazionale, la questione.

Pensiamo che non ci possa essere rigenerazione politica che non parta da qui. L’aver esorcizzato questi problemi con il ricorso alla paura, all’odio tra le persone, ci sta portando verso un vicolo cieco. Non esistono alchimie politiche o elettorali che possano ricucire la crisi di fiducia nelle istituzioni politiche, se non si riparte da tutto ciò. Queste sono cose che abbiamo sempre pensato, detto ed urlato. Ora c’è la possibilità concreta di non essere più soli.

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