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#Nonleggeteilibri, “Dove non mi hai portata”, la gratitudine d’una figlia e il manchevole ‘diritto di famiglia’ nel ‘900

#Nonleggeteilibri, “Dove non mi hai portata”, la gratitudine d’una figlia e il manchevole ‘diritto di famiglia’ nel ‘900
Agosto 08
18:50 2023

«Non leggete i libri fateveli raccontare» (Luciano Bianciardi)

(Serena Grizi) Dove non mi ha portata – Mia madre, un caso di cronaca di Maria Grazia Calandrone, Einaudi ed. 2022 – € 19,50 isbn 9788806257477, e-book € 9,99 Disponibile al prestito inter bibliotecario SBCR https://sbcr.comperio.it/

Nel 1965 l’assenza d’una legge sul divorzio (Legge 898 del 1970) e la presenza di leggi che addebitavano ancora esclusivamente alla donna la ‘colpa’ dell’abbandono del tetto coniugale, aggravato da convivenza con altro soggetto che non fosse il marito, potevano convergere in uno stigma sociale ‘mortale’ per la donna che ne subiva le conseguenze. A quel punto una miriade di porte chiuse, fra quella della famiglia di provenienza, degli amici e parenti della coppia divenuti amici e parenti solo del marito (per quanto colpevole di ubriachezza e percosse), potevano condurre a situazioni, non solo apparentemente, senza via di uscita. Da questo racconto parte la giornalista e poetessa Maria Grazia Calandrone nel suo Dove non mi hai portata per narrare il proprio abbandono a soli 8 mesi, di giorno, su una copertina, in un parco pubblico romano, da parte di sua madre Lucia e del convivente Giuseppe diretti, purtroppo, a morte nelle acque del Tevere. La terribile vicenda è stata narrata in anteprima in una trasmissione televisiva nei giorni dell’uscita del libro che poi è arrivato finalista al Premio Strega: la potenza del libro sembra essere riposta nella potenza della storia e nella capacità d’una narrazione d’indagine dal tratto positivo, impresso dall’autrice, seppur coinvolta in prima persona. Di Lucia, sua madre, non di altri, nemmeno del padre, (leggendo si scopre perché) l’autrice ha bisogno di tracciare un ricordo degno, un monumento d’amore non effimero, di raccontare come sua madre non l’abbia trascinata egoisticamente (dove non mi ha portata) verso la fine con lei, ma ne abbia voluto  predisporre ‘con successo’ un inizio ed una vita piena di affetto e realizzazioni, trasfondendo su quella creatura indifesa e incolpevole tutti i migliori auguri e presagi e intenzioni che una madre amorevole, ma effettivamente con le mani legate dalla legge e dall’anaffettività familiare ricevuta in un contesto d’ignoranza fonda, poteva desiderare. Del libro, scritto in una prosa poetica densa eppure delicata, rarefatta a tratti, colpiscono l’equilibrio e la ragionevolezza dell’autrice, che pure ‘costeranno qualcosa’; la possibilità, effettiva, dopo cinquantotto anni di reperire molti documenti relativi ad atti di nascita, articoli di giornale, ingressi in brefotrofio già alla nascita (e quanto costituì le tappe d’una infanzia difficile innanzi alle istituzioni, spesso incapaci di leggere i contesti). Colpisce il coinvolgimento, persino, di esperti postali e di stampigliatrici di timbri per comprendere meglio il percorso delle ultime ore di vita della coppia assieme ad alcune lettere da questa impostate, percorso importantissimo per la sanità mentale d’un figlio abbandonato: per molti giornali dell’epoca, infatti (il ritrovamento della piccola e il duplice suicidio divennero un caso), i molti indizi lasciati in giro per la Capitale rappresenterebbero il vagare di due persone che sarebbero sopravvissute per giorni all’abbandono della bambina, mentre Maria Grazia legge in filigrana, da subito, ma ne cerca conferma certa, scientifica, il percorso di due persone che, arrivate da fuori Roma, lasciano la bambina e sopravvivono all’abbandono il tempo necessario, poche ore, per prepararle il teatro del futuro che questa figlia merita pur senza trovare uno spiraglio di futuro per se stessi. La certezza di questo amore che le è stato donato come quasi unica eredità, conducono la ricerca della scrittrice ed il libro che ad un tratto assume i toni del giallo e del mistero. Ma il mistero fondo è quello dell’animo umano che con ferma dolcezza va scandagliando l’autrice e con lei ci si perde nel racconto anche quando della condizione di sua madre, della famiglia di provenienza e di Giuseppe (mastro carpentiere capace ma già oltre la cinquantina) fa paradigma per un’Italia dentro il boom economico per molti, ma con una struttura sociale arcaica ed escludente. Riguardo ‘misteri familiari, come la scomparsa di propri cari alcuni autori si sono interrogati donando agli scaffali della narrativa piccoli capolavori come L’estate del ’78 di Roberto Alajmo e Fai bei sogni di Massimo Gramellini, sulla scomparsa volontaria delle rispettive madri, e questo libro che, senza rinunciare ad una dimensione intima poetica, vuole ‘gridare’ ancora le ingiustizie dovute al non riconoscimento dei diritti delle donne. Oggi, che ogni dialettica è aperta ed in via di costruzione sulle libertà di genere, sulla famiglia queer ragionata da Michela Murgia nel suo ultimo lavoro God Save the Queer, queste opere in parte si fanno testimonianza del dolore generato dall’irragionevole rifiuto della famiglia quale mutua e libera associazione di persone legate, in primis, da vincoli d’affetto: «(…) l’impegno a districare sua figlia dalle leggi di una stagione di confine tra arretratezza ottusa e intelligenza morale. (…). L’osservazione della vita vera di Lucia dice che mai lei inoltra richiesta di privatezza, agisce anzi allo scoperto, vive quello che sente sotto gli occhi di tutti. Non incurante, ma risoluta e cosciente del proprio volere, e del diritto naturale del suo amore».

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