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GRAND TOUR: LA “CITTA’ ETERNA” NEL XVIII E NEL XIX SECOLO

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GRAND TOUR: LA “CITTA’ ETERNA” NEL XVIII E NEL XIX SECOLO

GRAND TOUR: LA “CITTA’ ETERNA” NEL XVIII E NEL XIX SECOLO
marzo 19
12:14 2019

Il viaggio in sé fu un atto di fede e di cultura. Roma era nell’immaginario del viaggiatore, dell’artista e del religioso. Ecco allora che, dal XVII sec. d.C., inizia il viaggio lungo l’Europa per conoscerla e per conoscersi dove non si poteva non “passare” per la “Città Eterna”, ossia Roma nelle sue due accezioni: sacra e profana. Gli artisti che per questa città sono passati, ci hanno lasciato numerose testimonianze per mezzo della loro arte della Roma che fu, facendoci rivivere quelle dimensioni cristallizzate nelle loro opere, immagini che ogni autore ci fornisce della città descritta attraverso i suoi simboli, delle sue “rovine” che, a dispetto dei secoli, mostrano a tutt’oggi la sua grandezza. Charles De Brosses, nelle “Magnificenze di Roma (1739) ”, rivolgendosi “Ai signori de Blancey e de Neuilly”, gli descrive il suo arrivo: “ (…) Prendemmo alloggio alla locanda del Monte d’Oro, in piazza di Spagna: è la migliore per gli stranieri, e forse la sola.”, aggiunge note culinarie, lodando la bontà del budino che vi si prepara affermando che “…benché questa leccornia sia di origini londinesi non ne è mai stata servita una altrettanto buona al Parlamento, nemmeno a Westminster…” e che pernotterà in tale locanda fin tanto da trovare un “appartamento ammobiliato”. Accerta che il Tevere è in effetti “giallo” e che “Non lo si attraversa che sul ponte Adriano o sul ponte Sisto. Gli altri ponti sono crollati o poco frequentati.” Menziona la “quantità innumerevole di fontane, grandi e piccole” presenti in città. Si lamenta del fatto che presso la curia Antoniana, mentre ammirava “lo stupendo portico di antiche colonne scanalate”, malediva “i selvaggi che hanno riempito gli interstizi di queste colonne con un orribile impasto di calce e paglia per farne un rifugio per i briganti…” Anche Charles Duclos è a Roma nel 1767, dove intravede nei “resti dei monumenti…ancora i testimoni della grandezza romana” che “gettano l’anima in una specie di malinconia”. E, riferendosi a San Pietro, “la prima sensazione che suscitano la piazza, il colonnato, l’obelisco, i due zampilli e la basilica è di stupore…” Descrive la cinta muraria di Roma, affermando che “è la stessa del tempo di Aureliano, ed è ancora quella che innalzò Belisario.” Ne “Il sogno di Roma” del 1780, William Beckford riferisce che la visita al Colosseo “mi suscitò un violento desiderio di demolire e polverizzare l’intera cerchia delle nicchie e cappelle di santi che disonorano l’arena.” E che presso Campo vaccino “Una folla di miserabili stava arrostendo le castagne forse proprio nel luogo dove Domiziano convocò il Senato per arringarlo sulla raffinatezza dei suoi intrattenimenti.” Nel suo “Sono a Roma” del 1785, Charles Dupaty è deluso: “No, questa città non è Roma; è il suo cadavere. Questa campagna su cui sorge è la sua tomba, e questa plebaglia che vi pullula sono vermi che la divorano.” Descrive il Foro come luogo “dove Cicerone parlava, muggiscono delle mandrie! Quello che nel mondo veniva chiamato Foro romano, oggi viene chiamato a Roma il campo delle vacche (Campo Vaccino)!” Conclude dicendo che “Altri porteranno da Roma quadri, marmi, medaglie, reperti di storia naturale; io porterò con me emozioni, sentimenti e pensieri…” In “ Nel cuore di Roma” del 1834, Hans Christian Andersen riferendosi alla “Scalinata di Spagna”, ci dice: “Una volta percorrere questa scala era pericoloso, per via delle aggressioni che vi avvenivano di notte. Da tempo, però, da quando hanno collocato dei lampioni e posto un soldato di guardia, non si sente più parlare di aggressioni, anche se la luce dei lampioni è debole e il soldato se ne sta seduto, appena si fa buio, dentro la sua garritta. Di giorno la scalinata è piena di mendicanti dalle membra rovinate…”, per poi descriverci le “botteghe romane decorate con rami di alloro, ghirlande di salsicce, piramidi di forme di formaggio, mosaici di arance e fichi, candele alte come canne d’organo…” Edward Lear, scrivendo nel 1838 “Ad Ann Lear” (sua sorella) con riferimento alle cerimonie della Settimana santa, gli descrive i fuochi d’artificio a Castel Sant’Angelo definendo l’evento “uno spettacolo al di là dell’immaginabile” dove “tutto il Castello si illumina di un bagliore blu prodotto dal succedersi nel buio dello scintillio delle ghirlande, razzi e petardi.” Charles Dickens nel 1845 è a Roma e ci descrive il Colosseo “con le mura e gli archi scomparsi sotto il verde; i corridoi esposti al sole; l’erba alta sotto i portici; e gli alberelli ancora giovani e carichi di frutti, sui logori parapetti…uccelli che nidificano tra crepe e fessure; scorgere le Fosse dei Leoni ricolme di terra, e la benigna Croce piantata nel centro…un rudere!”; mentre Edmond e Jules De Goncourt, a Roma dieci anni dopo, nel 1855, lo definiscono “come una rotonda da ballo, crollata violentamente all’improvviso, e con una parte dei danzatori caduti sul dorso; una parte del Colosseo completamente rovinata a terra.”; la “Via Sacra, Fango fino alle caviglie e sarcofaghi striati dalle teste dei leoni, che spariscono in un cumulo di torsoli di broccoli.”; “Il palazzo dei Cesari, la domus aurea di Nerone. Arcate di mattoni rossi, sulle quali sono cresciuti dei cespugli; volte dai palancati di pessimo legno, chiusi con dei lucchetti, e che sono capanni, stalle, pollai, con davanti uno spiazzo di immondizie…” Arrivato a Roma nel 1864, Hippolyte Taine annota: “Durante il tragitto fino all’albergo si ha l’impressione di essere in una città di provincia, mal tenuta, mal sistemata, barocca e sporca, con strade strette e fangose, tuguri e stamberghe, panni stesi ad asciugare a delle corde, e molti alti palazzi imponenti, con le finestre con le grate, enormi, le barre incrociate, inchiavardate, che dànno l’idea di una fortezza e di una prigione.” Cosa emerge da tutto ciò? Il contrasto inevitabile tra la grandezza del passato e la decadenza malinconica per il presente, il tutto ammaliato da un alone di stupore…
Foto: Olio su tela di Ippolito Caffi, Interno del Colosseo, Roma.

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