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Antica nevicata a Rocca di Papa

Antica nevicata a Rocca di Papa
Dicembre 28
17:14 2014

Filippo Liardo, Nevicata a Rocca di Papa, olio su tavola, 1878Osservo un dipinto, un’opera che fa parte di una collezione privata: Nevicata a Rocca di Papa. Sulla tela la neve ha una predominanza di giallo ocra, arancio, e qualche sfumatura di rosso. Il quadro è esposto in una mostra, curata da Luisa Paladino, visitabile fino a dicembre nella Sala Koinè a Catania e gli esperti dicono che vi si nota il passaggio da una tecnica tipica dei macchiaioli a quella impressionista.

Raffigura undici, forse dodici ‘personaggi in cerca… di autore’? No, l’autore c’è già: Filippo Liardo, un pittore siciliano nato nel 1834 in provincia di Enna. Chi sono questi personaggi per i quali scomodiamo nella citazione addirittura il grande Pirandello, suo conterraneo? Come i suoi che emergono dal nulla, anche questi non hanno nome, e neanche un volto ben definito. Li osservo su quell’olio su tela datato 1878. L’artista aveva quarantaquattro anni quando, venuto dalle nostre parti ospite del principe Borghese, assistendo a quell’abbondante nevicata volle immortalarla. Quello stesso anno, in agosto, il Liardo andrà a Parigi, dove, tornato da altri viaggi in Italia, morirà poverissimo nel 1917.

Una rappresentazione brumosa
Rocca di Papa si intravede sulla sinistra, appena accennata con pochi colpi di pennello, nascosta dall’aria pesante del freddo inverno nevoso. Non è facile intuire il luogo esatto immortalato dall’artista; comunque è in alto rispetto al paese, probabilmente sui Campi d’Annibale. Tornando ai personaggi, uomini e donne: tutti sono in movimento, imbacuccati con sciarpe, cappelli, cuffie, guarnelloni con un enorme grembiule, stivali. Quattro di loro si dirigono verso l’osservatore, mentre i restanti camminano in senso opposto. Un paio cavalcano un mulo. Sulla testa di una donna qualcosa di simile a un capestiere, contenitore usato per raccogliere la neve. Sotto il braccio di un’altra figura femminile, una cesta di vimini. Quest’ultima donna sta aprendo un ombrello con entrambe le mani; ma molto più probabilmente si sta difendendo dall’aria fredda che le sferza il viso: lo tiene aperto davanti a sé, come fosse uno schermo. L’inclemenza della temperatura si nota anche nell’incedere dei rocchegiani: sono piegati con il busto in avanti, la testa ritirata negli indumenti; uno di loro si sostiene a un pezzo di legno per non scivolare. Sulle sue spalle una gerla con dei rami, raccolti per alimentare il camino. L’uomo in posizione centrale ha in mano un fagotto, il mantello gira intorno alle sue spalle. Poco distante una donna avanza con una creatura sulla schiena, una sorta di marsupio posteriore: il bambino si appoggia alla madre, che a sua volta si aiuta con un’asta di legno per camminare sulla neve. L’aria è brumosa. A tratti pare di respirare quel gelido freddo invernale.
Lo stesso autore dipinse, oltre ai momenti delle battaglie che lo videro a fianco di Giuseppe Garibaldi, un quadro che richiama quello che stiamo ammirando: La récolte des neiges en Italie, la raccolta della neve in Italia, opera che fa parte di una collezione privata. Vien da pensare che anche quest’altro dipinto sia stato realizzato nello stesso periodo a Rocca di Papa, dove in inverno gran parte della popolazione, richiamata dal suono delle campane, si radunava ai Campi d’Annibale e con una paletta raccoglieva neve in questi contenitori di legno, portati con disinvoltura sulla testa dalle rocchegiane.
Questa attività dava lavoro a diversi castellani. I pozzi di raccolta erano disseminati, oltre che ai Campi d’Annibale, anche a Rocca Priora. La neve veniva pressata in quelle cavità del terreno e lasciata là per tutto l’inverno. Sarebbe poi stata tirata fuori e, tagliata in lastroni di ghiaccio, trasportata a Roma con il carretto, dove sarebbe stata utilizzata per ‘occorrenza di malattia’ in ospedali, bar, gelaterie. Le macchine per la confezione del ghiaccio e lo spaccio si trovavano in locali situati a Roma, in via dei Miracoli e in via dei Barbieri.
Dopo la caduta dello Stato Pontificio, la ‘Grande fossa della neve’ di Rocca di Papa veniva richiesta in uso al Sindaco di Roma da diversi appaltatori, che concordavano il prezzo e le relative condizioni dell’affitto. Uno degli appaltatori rocchegiani fu tal Giuseppe Lucatelli, che stipulò un contratto decorrente dal 1° novembre 1868 di durata nove anni, ridottisi poi a sette con disdetta scritta nel 1875. Numerosi i pozzi disseminati a ‘e Prata, alcuni rimasti nella toponomastica stradale: c’era quello della Lupa, d”a Fortuna, d”a Castagna, di Giggi ‘u Papa, d”u Speziale, d”u Principe
Chissà se l’accaldato romano, gustando una squisita grattachecca, avrà mai rivolto il suo pensiero al freddo inverno dei Castelli e a quel certosino andirivieni di coloro che riempivano i pozzi… immortalati infreddoliti all’opera dall’artistico ingegno di Liardo.

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