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Intervista ad Aksana Danilčyk

Intervista ad Aksana Danilčyk
Agosto 28
10:35 2021

La conversazione con Aksana Danilčyk – poetessa, traduttrice, studiosa di letteratura (Minsk, Bielorussia) fa parte del progetto d’autore LENTE DI FRESNEL  della critica d’arte, traduttrice, insegnante della lingua italiana Jaroslava Khomenko (Kiev, Ucraina)

http://www.linzafrenelya.co.ua/index_it.html


“LA RAGNATELLA SULL’UVA SPINA” 

– Antoine de Saint-Exupery una volta disse che “veniamo tutti dall’infanzia”. In che misura la tua infanzia si riflette oggi in te? Vi ritorni con il pensiero?

– Sì, perché i momenti più felici della mia infanzia sono legati alla campagna, alla casa dei nonni, genitori di mia madre. Abitavano nella Bielorussia Occidentale, anche mio padre è di quella zona, ma ho visitato i suoi genitori molto meno. Storicamente, sono luoghi molto gloriosi. C’è un paese nelle vicinanze di nome Mir con un castello, che ora è un sito UNESCO. Durante la mia infanzia era fatiscente, però maestoso e, naturalmente, ha attirato la mia attenzione. Anche nella patria di mio padre a Kossovo c’è un castello, del XIX secolo, anch’esso adesso è in fase di restauro. Accanto si trova la Casa-Museo di Tadeusz Kosciuszko[1]. Le famiglie dei miei nonni erano numerose, con uno stile di vita particolare, ma molto unite. Per quanto riguarda la mia infanzia, ricordo tutto quello che è successo in campagna come un momento molto felice. E penso che la carica d’amore che ho ricevuto lì sia rimasta con me per tutta la mia vita.

– Hai frequentato una scuola matematica. Perché non hai proseguito con le scienze, ma ti sei iscritta alla Facoltà di Lettere?

– Quando è arrivato il momento di iscrivermi alla prima elementare a Minsk non c’era neanche una scuola che teneva i corsi in lingua bielorussa, invece in campagna tutti parlavano il bielorusso come lingua corrente, e per me era naturale parlare il bielorusso. La scuola che frequentavo, una scuola ordinaria vicino a casa mia, non mi piaceva, ma ricordo gli insegnanti con una parola gentile, perché mi trattavano con comprensione, si prendevano cura di me. Me ne sono andata perché mi sono annoiata e ho cominciato a cercare qualcosa di più interessante. Nel nostro quartiere presso una scuola c’era una sezione matematica, anche se all’inizio non volevano prendermi, perché ho studiato lo spagnolo, che non si insegnava nella nuova scuola, e alla fine ho studiato per due anni il tedesco, felicemente imparato e felicemente dimenticato. Lì mi sono resa conto che, ovviamente, capisco la matematica e mi piace, ma ci sono persone che sono brillanti nell’affrontare i problemi matematici e potrei anche diventare una brava matematica, ma niente di più. E quando ho finito la scuola nel 1988, è iniziata una nuova fase di rinascimento bielorusso (purtroppo breve), io in quel momento avevo preso il primo posto alle Olimpiadi scientifiche repubblicane in lingua bielorussa, e questa esperienza ha svolto nella mia formazione “filologica” un ruolo più importante della scuola, perché ho visto la lingua in un modo completamente diverso, ho visto come ci si doveva rapportare con essa, come si poteva studiarla. C’è stato anche un altro momento interessante: quando ero all’ultimo anno della scuola poiché avevo già pubblicazioni mi è stato proposto dall’Unione degli Scrittori di iscrivermi all’Istituto di Letteratura “Maksim Gorkij” di Mosca dove formavano un gruppo di traduttori dal bielorusso al russo. Ma fra altri esami era necessario passare l’esame di lingua straniera. Mi chiedevo se avrei passato il tedesco, e poi mi è sembrato strano andare a Mosca per studiare il bielorusso, e ho pensato che non ne valesse la pena. Non mi sono mai pentita di non esservi andata, ma dopo aver letto il romanzo dello scrittore ucraino Yuri Andrukhovič “Moskoviada” – si tratta proprio della casa dello studente dell’Istituto di Letteratura di quei tempi – sono ancora più convinta della mia scelta.

– Hai iniziato a scrivere abbastanza presto. Quando hai sentito di essere una poetessa, che la poesia – come hai detto in una delle tue poesie – è il tuo “unico mezzo di comunicazione con il mondo”?

– È successo molto più tardi di quando ho iniziato a scrivere. Forse a quarant’anni. Prima scrivevo poesie e basta. Con una mia amica abbiamo deciso di scrivere qualcosa e di inviarlo alla redazione della rivista per ragazzi “Biarozka”. Lei non ha scritto niente, io invece sì e l’ho inviato. Una persona meravigliosa, Mikola Charniauski, che ha lavorato in questa rivista, ha trattato gli autori appena forgiati con grande tenerezza. Ci ha telefonato, ci ha invitato agli eventi, ha pubblicato i nostri scritti. E poi mi sono iscritta alla Facoltà di Lettere dell’Università.

– Non pensi che la poesia sia simile alla matematica? Dopotutto, quando scrivi, crei una sorta di struttura complessa?

– Mi permetto di dissentire. Sì, c’è un tale punto di vista, ma preferirei confrontare la matematica con la traduzione. Perché in traduzione, infatti, l’approccio al testo è più razionale. Anche se, nella traduzione ci sono pure i momenti di ispirazione. E in poesia non sono affatto razionale. Pertanto, non so mai quale forma alla fine assumerà quello che mi sta venendo. Per esempio, ho una poesia sullo stesso argomento scritta in rima e in versi liberi. Sembra che la poesia si scriva da sola, e questo mi piace. Il punto di vista dell’autore che fin dall’inizio sa cosa e come scriverà, non mi è affatto vicino. Non lo so mai, e in più, non voglio saperlo. Pertanto, sono sempre curiosa di vedere cosa salta fuori.

– Sono d’accordo, ma dopo che la poesia ti arriva, ci lavori o la lasci nella forma in cui è arrivata?

– Dipende. Ultimamente ci lavoro più spesso. Leggo e rileggo e se qualcosa non mi piace, penso a cosa e come cambiare. Ma credo che questa sia l’influenza della mia pratica di traduzione. Con l’età, quello che scrivo è diventato più meditativo. In precedenza, scrivevo sotto l’influenza di un impulso istantaneo. Ora penso molto di più. Ma non sto pensando a come esprimere un pensiero, sto pensando il pensiero stesso.

– Pasternak una volta disse: “Non sono io che scrivo poesie”. Secondo te, chi scrive poesie?

– Ogni poesia contiene chiaramente la mia esperienza di vita, le mie osservazioni, quindi, da un lato, senza dubbio le scrivo io, ma dall’altro, ovviamente, ciò è dovuto a una certa organizzazione delle nostre cellule cerebrali, che mi consente di farlo. È qualcosa che proviene da Dio o no… spero di sì. Se parliamo di un approccio razionale, vorrei comunque che nelle mie poesie ci fosse qualcosa che dà speranza, perché il punto di vista di Prigov[2] che l’arte non è un’attività spirituale, ma culturale non mi è del tutto vicino. In realtà, l’arte per l’arte è anche una limitazione.

– Preparandomi al nostro incontro, ho riletto ancora una volta le raccolte delle tue poesie e ho notato per l’ennesima volta la tua straordinaria sensazione della totalità del mondo. Sai come aprire l’intero Universo in piccolo. La tua attenzione ai dettagli è innata?

– Penso di sì, perché ad un certo punto ho cominciato a fissare le mie osservazioni, le singole frasi, da cui in seguito nasceva qualcosa o no. Tutto proviene dall’osservazione oppure dalla contemplazione. Anche dall’osservazione della natura.

– Sei una delle persone che vedono prima di tutto la bellezza.

– Forse si. Voglio continuare sulla stessa linea, perché, ovviamente, il mondo non è perfetto, c’è molto negatività, spazzatura, cattiveria, ma anche la bellezza non è scomparsa.

– Ci sono poeti e scrittori che hanno influenzato la tua formazione come persona, come poeta?

– Sì. Sicuramente Federico Garcia Lorca, Marina Cvetaeva[3], Cesare Pavese, Anne Sexton, per esempio. E, naturalmente, autori bielorussi.

– Chi dei letterati bielorussi del nostro tempo, così come del XX secolo, ti sembra raggiungere una grandezza assoluta?

– Ci sono molti autori bielorussi contemporanei che trovo interessanti. Penso che valga la pena menzionare Ales Razanau[4] e Jan Čykvin[5]. Per quanto riguarda il ventesimo secolo, posso dirti chi considero importante per me. Grazie alla stessa Olimpiade scientifica in lingua bielorussa, ho avuto il modo di conoscere la poetessa Galina Bulyka[6] ed è stato molto importante. Ha pubblicato due libri e ha smesso di scrivere. È una scrittrice molto interessante. Il suo primo libro si chiamava “Sintesi” e già questo per me era completamente insolito. A quel tempo leggevo molta prosa, ma la poesia ancora poca. E poi i suoi versi mi hanno colpito. Ho visto che si poteva scrivere in un modo diverso.

– Aveva uno stile particolare?

– Piuttosto, un argomento che era nuovo per me, e non solo per me. Voglio anche nominare Maksim Bahdanovič[7]. Bene, non posso fare a meno di nominare Jaughenia Janiščyts[8]. È successo che ho pensato molto alla sua vita e alla sua opera, nonché al destino di Zinaida Bandaryna[9].

 – Secondo te, in che modo la poesia maschile differisce da quella femminile, e se è accettabile questa divisione in arte in linea di principio?

– Quando abbiamo curato l’Antologia della poesia bielorussa femminile del periodo tra le due guerre, ho scritto nell’introduzione che in questo caso, ovviamente, è accettabile. In precedenza, nessuno ha dato risalto alle donne che scrivevano e molti critici non le hanno nemmeno menzionate. Probabilmente ci sono argomenti prettamente femminili che gli uomini non toccano affatto. È la stessa cosa che nel cinema. C’è, per esempio, un film molto femminile “Hours”. In esso il mondo è mostrato attraverso gli occhi delle donne, attraverso la loro percezione. Questo è molto bello. Spesso la poesia femminile veniva considerata come qualcosa di secondario, dedicato esclusivamente alle esperienze amorose, sebbene questo argomento sia parecchio diffuso tra i poeti maschi. Ho scritto da qualche parte che le donne poetesse, soprattutto negli anni ’60-’70 del secolo scorso, approfondivano questo argomento per non glorificare il Partito Comunista.

Inoltre, siamo rimasti a lungo paesi patriarcali. Ora questo sistema sta iniziando a crollare e acquisisce un aspetto più olistico, più umanistico.

– Sì, esatto. Basta creare le condizioni.

– Una tua poesia inizia così: “Immagina, non leggeranno mai Nietzsche…”, poi menzioni anche Pavese, Primo Levi, e alla conclusione segue che questi “loro” non ne hanno proprio bisogno. E perché ne hai bisogno tu?

– Perché ho bisogno… di capire meglio il mondo. Per vedere non solo la sua superficie, il suo lato esterno, ma anche cosa c’è dietro. Per provare emozioni, sviluppare il cervello, pensare che cosa è il bene e che cosa è il male. Perché il bene e il male rientrano nell’ambito degli interessi della letteratura. Per avere un’idea sui confini del male, sulla banalità del male, anche su esempi tratti dalle opere letterarie, specialmente da quelle in cui vengono sollevate tali argomenti. E in filosofia a maggior ragione se parliamo di Nietzsche. Ma anche Primo Levi. Recentemente ho letto Viktor  Frankle mi sono accorta che dopo Primo Levi, non ho scoperto nulla di nuovo per me per quanto riguarda l’esperienza della permanenza nei campi di concentramento.

– Pensi che indipendentemente da come cambiano le nostre opinioni o credenze religiose i valori di base sono inviolabili?

– Sì, e credo che il cristianesimo dia delle linee guida morali ad una persona. L’importante è seguirle. I Dieci Comandamenti vanno bene. Ci sono cose che non possono essere giustificate da niente.

– L’arte è pari alla vita? O veramente non stiamo scegliendo nulla?

– No, una persona sceglie a cosa dedicarsi. Ma, d’altra parte, questa è una domanda molto difficile ed è impossibile dareci una risposta univoca perché le persone che si sono dedicate completamente all’arte, molto spesso l’hanno pagato con la loro salute, con la salute di loro cari, hanno rovinato i destini. È chiaro che non tutto e non sempre dipende da noi, ma credo che bisogni stare molto attenti e trattare con accuratezza il proprio talento, il modo con il quale costruisci la tua vita. Non puoi isolarti dal mondo. Ad esempio, la famiglia: aiuta o ostacola? Sempre sorge la domanda sulla distribuzione del tempo, sulla professione, se hai bisogno di guadagnare i soldi o no. Se sei da solo, è un conto, in caso contrario, un’altro. Ci sono molte variabili. Questa è una cosa molto individuale. Se poniamo la domanda in modo leggermente diverso: cosa è più importante – l’arte o l’uomo, probabilmente risponderò che, comunque, l’uomo. D’altra parte, la questione del primato dell’arte è, in un certo senso, una questione di vanità.

– Vorrei chiederti di leggere qualche tua poesia, così da poter concludere questa parte della nostra conversazione che riguarda la poesia, e parlare un po’ della tua attività di traduttrice.

– Leggerò una delle mie poesie preferite, che è stata scritta in un certo senso sfidando l’affermazione diffusa che dovremmo costantemente sforzarci per essere “positivi”, perché molto spesso non ne abbiamo la forza. La poesia si chiama “Il giorno di Ferdynand Ruščyc”[10], che era un famoso artista bielorusso-polacco:

Aksana Danilčyk

Il giorno di Ferdynand Ruščyc

Proprio nel momento
del vento freddo
e del sole inevitabilmente accecante
quando i ramoscelli bagnati
paiono raggi di luce
abbiamo diritto di esssere
infelici
tristi
assenti
Abbiamo diritto di pensare
che non c’è nessun diffetto
nella distanza non superata,
nella memoria non ritrovata,
nella non necessità
di essere in evidenza. 
E possiamo anche stare
vicino alla chiesa cattolica
oppure ortodossa,
sciogliere
le nostre membra
nella foschia del sole
oppure navigare
sul cielo rovesciato
insieme alle foglie dello scorso anno
sapendo qualcosa
dell’alternanza
del movimento e dell’immobilità.

Proprio nel momento
in cui i ramoscelli bagnati
paiono raggi di luce

               Traduzione di Marco Ferrentino

– Vorrei parlare un po’ di come la lingua italiana è entrata nella tua vita.

– Alla Facoltà di Lettere abbiamo studiato le lingue slave, tra le quali era particolarmente richiesto il bulgaro grazie all’opportunità reale di andare in Bulgaria. E siamo andati alla scuola estiva di Veliko Tarnovo, dove ho incontrato i coetanei tedeschi, italiani, polacchi, cinesi, americani… Ho fatto amicizia con una ragazza italiana che un anno dopo mi ha invitato a casa sua in Italia. Non credevo che fosse possibile andare fuori dall’Unione Sovietica, invece i suoi genitori mi hanno mandato l’invito, e così sono arrivata ad Atripalda. Era 1991. Ovviamente allora non conoscevo la lingua. Ma l’italiano è buono perché cominci a parlarlo abbastanza velocemente. Poi al ritorno sono andata a fare un corso, e dopo un anno o due sono iniziati i viaggi con i bambini di Chernobyl, e questo mi ha permesso di impararlo ancora meglio. Poi mi sono iscritta al Dottorato di ricerca, ho deciso di continuare con l’italiano e di studiare la letteratura italiana che non conoscevo affatto. Tranne, forse, Dante, che ho letto durante il primo anno dell’università.

– Hai letto Dante in bielorusso?

– No, ho letto “La Divina Commedia” in russo nella traduzione di Losinskij. A quei tempi la traduzione in bielorusso ancora non esisteva. Per la mia tesi del dottorato ho scelto la letteratura dedicata alla Seconda guerra mondiale. È stato interessante imparare l’italiano e leggere allo stesso tempo, viaggiare in Italia, portare libri che non avevamo. Per questo, gli anni degli studi post-laurea sono stati i più belli per me. Devo dire che ho fatto la tesi e l’ho discussa, anche se non subito, perché solo alla fine degli studi ho capito cosa avrei dovuto scrivere. Quindi, ho discusso. Forse un giorno ci tornerò per preparare una monografia.

– Di quali autori italiani hai parlato?

– Di molti: di alcuni parlo in modo più dettagliato, di altri riporto solo qualche citazione: Primo Levi, Carlo Cassola, Elio Vittorini, Alberto Moravia… Quando ho iniziato, non mi rendevo conto di cosa stessi facendo – per un dottorato di ricerca di primo grado era sufficiente analizare in dettaglio l’opera di un autore solo, ma mi sono azzardata ad abbracciare un intero strato culturale.

– E il libro?

– È una storia interessante. Durante il colloquio per l’ammissione all’Istituto di Letteratura “Maksim Gorkij” ho fatto leggere le mie poesie e un professore universitario ha detto: “Non ha bisogno di tradurre, lasci che traducano Lei”. Così è successo. Nel 2019 è uscito in Italia il mio libro bilingue “Il canto del ghiaccio” con la traduzione in italiano di Marco Ferrentino. Per quanto ne so, questo è il primo libro di poesia bielorussa pubblicato in Italia. Poco dopo è uscita anche la prima Antologia della poesia bielorussa in italiano curata da Larissa Poutsileva “Il carro dorato del sole”, nella quale ci sono anche le mie poesie.

– Raccontane di più.

– Il libro “Il canto del ghiaccio” è stato pubblicato grazie al famoso poeta e scrittore italiano, studioso di Dante Aldo Onorati, con il quale sono in corrispondenza da diversi anni, e alla casa editrice “Edizioni Controluce” gestita da Armando Guidoni, poeta anche lui. Di tanto in tanto sul loro portale[11] vengono pubblicate le mie poesie tradotte in italiano. Alla copertina del libro ha contribuito bravissimo acquarellista bielorusso Viačiaslau Paulavets, con il quale avevamo già realizzato un libro per bambini.

– Hai viaggiato molto in Italia, hai una città preferita che ti manca o che ha lasciato un grande segno nella tua vita?

– Mi mancano Roma, la Toscana, invece Perugia, dove ho studiato all’Università per Studenti Stranieri per sei mesi, ha lasciato il segno. Il segno è rimasto sotto forma di un marito e di due figli. Mi piace molto anche Torino e il Piemonte in generale, dove ho tanti amici meravigliosi.

– Come hai iniziato ad occuparti delle traduzioni? Ricordi la tua prima traduzione letteraria?

– Ho provato a fare il lavoro di interprete per la prima volta al quinto anno dell’università in una piccola città bielorussa di nome Kletsk. Questa è stata la mia prima esperienza di interpretariato, e per quanto riguarda i momenti di lavoro, ho affrontato più o meno la traduzione, invece ho avuto difficoltà con il vocabolario quotidiano perchè capivo forse una parola su tre. Quanto al desiderio di tradurre un testo, ricordo bene anche questo momento, è stato a Perugia durante la lezione di letteratura. Ho letto la poesia di Cesare Pavese “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” e ho fatto subito la bozza di traduzione in bielorusso, corretta di seguito dopo il ritorno a casa. Quindi, nella mia attività di traduzione letteraria, Pavese ha svolto un ruolo importante. Poi ho tradotto in gran parte per me stessa, a volte sento il bisogno di tradurre questo o quell’altro autore per farlo conoscere anche alle altre persone. Succede quando l’autore non è solo interessante per te, ma senti vicino il suo pensiero, il suo modo di esprimersi. La traduzione è sempre solo per amore. Vorrei anche ricordare con una parola gentile il progetto online di letteratura tradotta “Praidzisvet”, che è stato anche un buon stimolo per fare traduzioni.

– Poeta e traduttore. L’eterna questione del primario e del secondario. Cosa ne pensi? Che cosa secondo te si perde e se c’è qualcosa che non può essere trasmesso?

– Forse qualcosa si perde, ma vale la pena di provare. Le cose difficili da tradurre sono sempre legate alle particolarità linguistiche e per trasmetterle devi cercare qualcosa nella tua lingua. Giochi di parole, ad esempio, qualcosa di basato su radici comuni, perché nella tua lingua le parole potrebbero avere radici diverse. In generale, lavoro sulle traduzioni per molto tempo, le rileggo. E non solo io faccio così. L’ho notato per la prima volta quando ho curato il volume delle traduzioni di Maksim Tank[12] e ho visto che aveva fatto molte modifiche e che sono state estese nel tempo. Per ogni nuova pubblicazione ha rivisto le sue traduzioni e ha apportato alcune modifiche. A volte in meglio, a volte no. E anch’io, evidentemente, ho pochi testi finiti. Voglio sempre correggere qualcosa. A differenza delle mie poesie.

– Si potrebbe dire che le poesie che hai scritto tempo fa ormai appartengono ad un’altra persona? Che tutto è rimasto lì in conformità con tua visione del mondo di allora, che è cambiata nel frattempo?

– Un tempo pensavo di sì, ma poi ho notato che a volte mi sembra di dialogare con me stessa, rispondendo con versi successivi agli argomenti o domande di quelli precedenti. Ci sono momenti in cui ti sembra di rivedere la tua vita e di capire che tutto sia interconnesso. E anche se la visione del mondo cambia, alcuni sentimenti rimangono invariati.

– La gamma di autori italiani che hai tradotto è molto ampia. Possiamo dire che hai fatto scoprire molti autori di poesia e di narrativa italiana ai bielorussi?

– Qualche autore senza dubbio, ma dobbiamo anche tenere presente che ci sono molte traduzioni in russo. In generale, non posso dire che molti testi italiani si traducono in Bielorussia.

– Per favore, leggi qualche tua traduzione.

– Leggerò l’ultima – la poesia “Icaro” del giovane poeta italiano Salvatore Di Marzo, che ho conosciuto in Italia:

Salvatore Di Marzo

Icaro    (AKSANA DANILCYK legge la poesia Icaro già pubblicata nella sezione ‘Poesia’)

Nel cuore del mare c’è un labirinto; non sento,
non vedo la voce che chiama, non sento
la luce che giunge dal sole. E’ di pietra
il mio cuore, calcare, nudo e poroso,
e l’acqua l’assorbe. E’ caduto il mio labirinto
nel fondo del cuore, il vento ha rapito
una voce lontana, che chiama e non tace,
ancora non tace nel sordo silenzio
che agita il mare. Lucide sono le palpebre
e l’onda, che smuove il mio sonno romito,
del sole soffuso che filtra dal cielo nel mare, 
nel fondo, e l’arena perenne s’increspa
di luce, si desta, ritorna e s’avvolve
sull’onda, e non tace la voce che chiama
e che piange: – Non senti il mio verso,
non senti?, è più forte del peso dell’onda, 
e ti scuote; non senti? – Un tremito schietto
e sincero, dal fondo impietrato del cuore.
– Non vedi il palmo del sole sopra i tuoi occhi,
lavandone il sale incrostato?, sepolto
fra tumuli e sabbia, in macerie e rovine,
che l’ombra del mare ha coperto; non vedi? –

– Ascoltandoti, mi sono ancora una volta convinta di quanto sia bello conoscere più lingue. Ovviamente non posso dire che quando leggo il bielorusso capisco tutto, ma poiché conosco sia l’ucraino che il russo, mi sembra che anche il bielorusso non mi sia estraneo.

 E io, a proposito, ancora quando ero a scuola, ho imparato a memoria una poesia di Taras Ševčenko[13] che mi piaceva. Fra l’altro, la primissima traduzione delle mie poesie è stata proprio in ucraino, a scuola, sembra, sulla rivista per ragazzi “Barvinok”, e oggi le mie poesie possono essere lette in ucraino, grazie alle meravigliose traduzioni di Oliana Ruta[14]. Di recente ne sono uscite sulla rivista “Černigov Letterario” tradotte dal padre di Oliana, il poeta Dmitro Čeredničenko[15].

– Ascoltiamo la melodia, la tonalità della lingua, capiamo quali siano differenze e comunanze. Ti porto volutamente all’argomento della musica, perché so che hai studiato anche la musica.

– Sì, mi sono diplomata alla scuola di musica, classe di fisarmonica, e ne sono grata al destino. E proprio lì che ho trovato ciò che mi mancava nella scuola dell’obbligo. La materia che mi interessava di più era la letteratura musicale. Leggevo con piacere di musicisti, di compositori, invece con il solfeggio, ovviamente, tutto era molto triste.

– Quante cose simili, bisogna dire… E adesso ascolti musica?

– Sì, ma abbastanza tranquilla. “Manchester orchestra”, per esempio. O anche “Royksopp”, “Okean Elzy”, tra l’altro. Scelgo musica diversa in momenti diversi. Ad esempio, per alcuni giorni ho ascoltato le canzoni bulgare che abbiamo cantato a Veliko Tarnovo con una chitarra. Avevo un sacco di buoni dischi. Ora i giradischi sono un ricordo del passato e qualsiasi canzone può essere trovata su Internet.

– Suoni la fisarmonica adesso?

 – No, ho già dimenticato tutto. Inoltre, la domanda è sempre quella: o leggere o suonare. Scelgo la lettura.

– Cosa stai leggendo ora?

– Recentemente ho preso l’abitudine di leggere più libri contemporaneamente. Ad esempio, in un libro che leggo da un po’ di tempo si tratta della nostra storia comune. Sono le memorie di Michal Kleofas Oginski[16], l’autore della famosa polonaise “Addio alla patria“. Si tratta dei tempi della terza spartizione della Confederazione polacco-lituana e della rivolta di Tadeusz Kosciuszko. Allo stesso tempo, sto leggendo “La vigiglia sul Reno” di Ales Garodnia[17], un libro dedicato alla Prima Guerra Mondiale, e una raccolta di poesie di Siarghei Astreika[18] – “Gli smeraldi dei sogni”. Gli ultimi due autori sono molto interessanti, con un destino tragico. Penso che la letteratura di questo periodo dovrebbe essere studiata e conosciuta.

– Sei sempre stata interessata alla storia o è un tuo interesse recente?

– Non è proprio recente. Dopotutto, non ci hanno insegnato a scuola né la storia della Bielorussia né la storia dell’Ucraina, abbiamo studiato la storia dell’URSS, che in effetti era la storia dell’Impero Russo. Di conseguenza, la mia generazione non conosce la storia. Nel primo anno dell’università hanno cercato di insegnarci qualcosa, ma i libri con i quali i miei figli hanno studiato la storia della Bielorussia a scuola sono per noi una vera rivelazione. E poiché mi occupo degli studi di letteratura, ritengo che sia impossibile capire l’opera senza conoscere il contesto in cui è stata scritta. Da qui nasce il mio interesse per la storia in generale, e per la storia relativamente recente della Bielorussia, il quale, probabilmente, si è definitivamente risvegliato quando abbiamo curato l’Antologia della poesia femminile bielorussa del periodo tra le due guerre, che ho già menzionato.

– Raccontaci un po’ della sua realizzazione.

– Una volta ho scritto in una poesia: “La promessa del cielo lontano, la promessa della terra lontana per capire la propria”. È successo che attraverso l’Italia, attraverso la sua letteratura, sono tornata alla Bielorussia: dalle opere di Dante alla letteratura bielorussa degli anni ’20, agli autori che hanno citato Dante nelle loro opere o ne hanno scritto. Poi ho iniziato a leggere i testi degli autori a me praticamente sconosciuti, molti dei quali erano membri dell’organizzazione letteraria giovanile degli anni ’20 “Maladniak”. E insieme al poeta e studioso di questo periodo Viktar Zhybul abbiamo cercato di fare qualcosa di utile sia per la loro memoria che per la letteratura bielorussa in generale. Siamo stati fortunati e dopo sei anni di lavoro, grazie al sostegno dell’Unione degli Scrittori Bielorussi, l’Antologia è stata pubblicata ed è stata accolta molto bene. Ne hanno scritto anche in Ucraina.

– Fai delle belle foto. Per me sono una continuazione diretta della tua poesia, tradotta in una serie visiva.

– È così. A volte scatto una foto e poi ne scrivo una poesia. Sfortunatamente, ci vuole tempo per fare fotografia in modo professionale, e non ce l’ho finora avuto, quindi lo faccio periodicamente. Amo molto l’arte della fotografia, mi piace fin dall’infanzia. C’erano diverse riviste che pubblicavano le fotografie artistiche. Le ritagliavo, raccoglievo e ce le ho tuttora. Ad esempio, le fotografie del famoso fotografo bielorusso Anatolij Kliaščuk. Anche uno dei miei film preferiti di Michelangelo Antonioni, “Blow-Up”, è dedicato al fotografo.

– Quale arte visiva, oltre alla fotografia, ti è più vicina?

– Tutti le mie passioni attraversano determinati periodi. Quando facevo il dottorato, guardavamo molti film. A volte di buona qualità in grandi sale, a volte in copie pirata. È così che ho conosciuto, per esempio, il cinema francese. Era un periodo di passione per il cinema. Mi è sempre piaciuto dipingere, collezionavo riproduzioni. Ad un certo punto ho iniziato a comprare e a leggere i libri sugli artisti. È così che mi sono un pochino istruita. E poi, quando ho iniziato a viaggiare, ho avuto l’opportunità di visitare musei e gallerie d’arte.

– Hai provato anche a disegnare?

– Ho dipinto molto ad acquarello dopo la laurea, ma questi momenti erano sempre dei flash a breve termine.

– Hai un posto preferito dove ti piace stare?

– In campagna. Mi piace passeggiare vicino al castello.

– Vorrei ricordare un episodio della nostra vita comune. Ci siamo incontrati su LiveJournal, forse negli anni 2011-2012. E nel 2015 ho ricevuto da te un regalo inaspettato: un libro di Claudio Facchinelli sul destino di Anna Slutskaya, sepolta a Venezia. In esso, Claudio racconta che sulla tomba di Brodskij ha visto i libri del mio insegnante Vadim Klevaev, che una sua studentessa aveva portato lì. Voglio ringraziarti per la nostra conversaione con le parole di Claudio: “A volte i percorsi della nostra vita si intrecciano in modi impensabili e imprevisti. A noi è successo”.

– Sì, è stato un bel periodo! Voglio dire che, grazie a LJ, ho conosciuto tante persone, e poi dalla realtà virtuale si è passati a conoscenze e incontri reali, che, come vediamo, continuano ancora oggi.

 

NOTE

[1] Andrzej Tadeusz Bonawentura Kościuszko (17461817) – è stato un politico e militare.

[2] Dmitrij Prigov (19402007) – è stato un poeta e uno scultore russo, uno dei fondatori del concettualismo.

[3] Marina Cvetaeva (1892 – 1941) – è stata una poetessa e scrittrice russa.

[4] Ales Razanau (1947 – 2021) – è stato un poeta e traduttore bielorusso, famoso per gli esperimenti con la forma poetica.

[5] Jan Čykvin (nato nel 1940) – è un poeta e studioso di letteratura bielorusso, rappresentante della minoranza bielorussa in Polonia.

[6] Halina Bulyka (nata nel 1960) – è una poetessa bielorussa.

[7] Maksim Bahdanovič (1891-1917) – è stato un poeta e traduttore bielorusso, uno dei fondatori della letteratura e della lingua bielorussa moderna.

[8] Jaughenia Janiščyts (1948 – 1988) – è stata una poetessa bielorussa.

[9] Zinaida Bandaryna (1909 – 1959) – è stata una poetessa e una scrittrice bielorussa.

[10] Ferdynand Ruščyc (1870-1936)è stato un pittore bielorusso е polacco.

[11] www.controluce.it

[12] Maksim Tank (19121995) – è stato un poeta e traduttore bielorusso.

[13] Taras Ševčenko (1814-1861) – è stato un poetascrittoreumanista e pittore ucraino, classico della letteratura ucraina.

[14] Oliana Ruta (Oliana Čeredničenko, nata nel 1977) – è una poetessa, traduttrice e pittrice ucraina.

[15] Dmitro Čeredničenko (1935 – 2021) – è stato un poeta, sсrittore e critico d’arte ucraino.

[16] Michal Kleofas Oginski (1765-1833) – è stato un compositore, diplomatico, politico, partecipante della rivolta di Tadeusz Kościuszko. Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Firenze, dove fu seppellito alla Chiesa di Santa Croce.

[17] Ales Garodnia (Aliaksandr Funk, 1899-1944) – è stato un poeta e critico bielorusso, morto nei campi della Gulag. 

[18] Siarghei Astreika (1912-1937) – è stato un poeta bielorusso fucilato durante le reppressioni staliniste.

 

 

  

 

 

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