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La maleducazione degli anni 2000

La maleducazione degli anni 2000
Settembre 29
08:53 2013

New York, 1971. Foto di Henry CallahanDifficile scriverne, perché difficile che si sfugga sempre a tutti questi atteggiamenti maleducati, ma necessario farlo per avere nero su bianco una lista, sempre aggiornabile, di cose riprovevoli alla stregua, o peggiori, di cacciarsi le dita nel naso ai semafori o passare d’impeto davanti a chi fa una fila aspettando pazientemente il proprio turno. Dare del maleducato a qualcuno, oggi non può essere più uno stigma borghese nei confronti di quelli che per classe o istruzione ricevuta proprio non ci arrivano, ma maleducazione si può definire l’incapacità di stare al mondo con l’aggravante di credersene… il centro.

Una specie di atteggiamento antisociale che salva al massimo chi lo mette in pratica e pochi altri vicini. Avete conoscenti che appena vi sedete a tavola con la prospettiva d’una bella cena cominciano a snocciolare i loro problemi di linea, (essendo chiaramente sottopeso in confronto a voi che siete sempre un misto fra le guanciotte di Heidi e le braccia del nonno, sempre di Heidi)? Checché si dica che le diete sono ormai accettate come formale argomento di conversazione etc., sono solo dei maleducati e per ogni boccone un rosario: «Eh, ma adesso dovrò fare il giro del condominio dopo cena, magari due giri; eh, dopo ‘sta cena niente costume» e via così facendovi venire una barba che il buon nonno (sempre di Heidi, ricordate?) al confronto ce l’aveva corta! Oppure amici e conoscenti che vi chiamano per andare a bere un caffè e poi vi rivoltano addosso l’universo creato e ritorno parlandovi, fino allo stremo, di come non capiscano, pur stando essi perfettamente al centro dell’universo, com’è che non sono notati da chi desiderano (capufficio o altri che siano)? Con voi che provate a replicare qualcosa ma poi, constatatane l’impossibilità, dopo il caffè ne bevete un altro, chiedete una granita, vi alzate per dare un’occhiata ai quotidiani perché tanto l’egotico di turno nemmeno se ne accorge, (non si accorgerebbe neppure se andatovi il caffè di traverso stramazzaste sotto il tavolo tentando di segnalare le vostre difficoltà con indice e medio assieme!). Il difetto di tali monologhi, si è capito, è la mancanza di reciprocità nell’interessarsi gli uni degli altri. Per non parlare poi di quei conoscenti con cui non vi vedete da un bel pezzo ed esordiscono dicendovi quanto siete sciupato o ingrassato o sembrate malaticcio, (ma rispetto a quando, come, dove?… direbbe il Profeta di Quelo); proprio a voi che stentavate a riconoscere il tizio o la tizia che avete davanti, che un tempo era così e cosà, ma al cui indirizzo, per educazione, mai proferireste un commento meno che positivo come invece loro fanno con voi, senza pensarci mezzo secondo. Questa è abitudine diffusissima, poiché pare non sappiamo più interessarci serenamente dell’altro e neppure scambiarci un abbraccio silenzioso, una calorosa stretta di mano, sincera. L’educazione contempla minime omertà? Anche. A volte. Quel tanto che basta a non ferire, a far sentire l’altro ben accolto; l’altro del quale ci dovrebbe interessare di più come sta interiormente, cosa ci racconta. L’altro che incontriamo nel nome di giorni condivisi, non nel nome di lancette, specchi o aghi della bilancia, a volte impietosi, e lasciando le battute da caserma per quelli che sappiamo essere particolarmente spiritosi. Bello, invece, incontrare qualcuno che desidera parlare con voi, ma colmo d’impegni, due telefonini, tanti contatti visivi per la strada, è capace di gestire eventuali interruzioni con le giuste frasi d’occasione per non farvi sentire un manichino che sta lì a riempire i buchi fra le conversazioni con altri. Meritorio anche chi trova sempre il tempo per rispondere mezza riga ai vostri messaggi di posta elettronica o sms telefonici. L’attenzione all’altro, fatta anche di piccoli gesti, è segno di buona educazione. Intanto i preziosi e divertenti, in qualche caso, galatei antichi e moderni prendono polvere da qualche parte. Cresce, però, e qui diciamo sul serio, il disagio sociale collegato alla cattiva qualità dei rapporti sociali che spesso, quando non prende le mosse da problemi psicologici, è solo un fatto di pura maleducazione. «Il Galateo di Giovanni Della Casa ha dato a tutte le lingue moderne una parola (galateo, appunto), in grado di rappresentare attivamente tutte le norme di comportamento sociale condivise da un gruppo o da una tradizione», dalla quarta di copertina di Galateo e galatei – La creanza e l’instituzione della società nella trattatistica tra antico regime e stato liberale di Inge Botteri (Bulzoni). Letture: Galateo di Giovanni Della Casa (fra le altre edizioni, Garzanti, Einaudi); Il nuovo bon ton di Lina Sotis (Rizzoli).

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