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“La porta socchiusa in mezzo al cielo” di Angela Cuccarese

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“La porta socchiusa in mezzo al cielo” di Angela Cuccarese

“La porta socchiusa in mezzo al cielo” di Angela Cuccarese
ottobre 30
11:49 2019

Quando, dopo aver letto un libro, si rimane turbati e si ripete, a sbalzi come un “pizzicato” di violino, la lettura dei passi che hanno provocato stupore e riflessioni, significa che la carta vergata da sillabe e parole e sintagmi si è fatta carne palpante, persona viva; ha scoperto un dialogo con te.

Accade di rado, oggi. Sia nella prosa che nei versi; più nei secondi, per assenza di ispirazione (questo termine spazzato via dalla critica permane a dispetto dei ragionieri del verso). Oggi si scrive per fare qualcosa: finisce lì, non resta traccia. E talvolta neanche il dolore è sufficiente a incendiare le atmosfere. Per cui, di fronte a un’opera riuscita, si sta come davanti al mistero. Non c’è una causale sufficiente. Una cosa è pugnalare il lettore facendogli indossare il tuo sudario; altro è declamare.

Scrisse Marziale per la morte di una bambina. Traduco: «O terra, sii leggera sopra di lei/ com’era lieve il suo passo su di te»: misteriosa creazione di un simbolo che ti fa vibrare perché è trasmissione viva del dolore, è il dolore in sé, non la sua arida descrizione.

Dove voglio arrivare? È presto detto. Mi riferisco a una struggente silloge – a questa che voi state per leggere – di Angela Cuccarese, la quale, al modo del grande poeta latino non declama, non dice di aver pianto, ma ti afferra la mano e ti trasmette, come fa la corrente elettrica, le emozioni che l’autrice sente e il mondo che ella vive.

Oggi è assai difficile che accada ciò. Sono tantissimi i poeti, ma la Poesia non c’è (o è rara avis).

Esaminando le liriche profonde e nuove di questa autrice, continuativo mi veniva in mente il verso di Dante (messo in bocca al conte Ugolino): «E se non piangi, di che pianger suoli?»; a volte interrompevo il procedere nella lettura quasi per tema di trovare in seguito altre lame taglienti di rasoio, eppure belle com’è bello un temporale coi fulmini che illuminano cielo e terra, o un vulcano che erutta dalle viscere del pianeta la pietra fusa. Mi riferisco a quasi tutto il corpus della raccolta, perché la potenza espressiva è unitaria, ma ci sono sbalzi in alto che formano quasi un florilegio, il quale può assurgere a saggezza di proverbio o far pensare alle più struggenti (e appassionatamente drammatiche) espressioni della nostra grande poesia (talvolta mi è venuta in mente – e lo vedremo a suo tempo il legame – l’invocazione dell’altissima lauda di Jacopone da Todi, la XCIII, o il sommo verso di Petrarca dedicato a Laura oltre la vita: «morte bella parea nel suo bel viso»). Non sto esagerando: riporterò ora alcuni lacerti che mi hanno maggiormente preso (in senso razionale, emotivo ed estetico insieme).

Innanzitutto bisogna soffermarsi, nell’incipit, sulla introduzione della Cuccarese, la quale contiene la poetica della silloge, di cui la prima poesia (quasi tutta la raccolta si svolgerà attraverso ipometri scattanti e densi) “Le parole” già delineano un emblematico rapporto dell’autrice con la parola che uccide più di una guerra lasciando sul campo pochi feriti e rinchiude l’essere senza dargli consolazione. Talvolta le immagini potenti e originali descrivono una natura antropocentrica «Il pomeriggio/ era un delirio brumoso/ di nuvole/ che distruggeva il silenzio del bosco», o una definizione filosofica «Cos’è la felicità…/ se non l’insopportabile/ ramingo viaggio di un medicante…», per cui la vita è un inferno di anime viventi: siamo al preludio di un dramma che la poetessa cerca di nascondere, ma nulla può essere trattenuto quando il cuore (termine molto usato in varie sfaccettature gnomiche) forza la parola stessa ed emerge il fondale doloroso di un’anima: tutto, però, sempre sotto il controllo di un estremo rigore mentale, che non fa mai scadere nello scontato il dettato lirico. Se leggiamo la composizione “La mente”, scopriamo – anzi: confermiamo – un profondo pensiero sotteso a tutta la raccolta, assurto a poesia grazie alle metafore che prendono il volo da “Ti cerco… dove sei?” «…E da quel giorno/ la memoria resta incisa/ nel mio lamento», fino a raggiungere l’intensità della lirica “Dimmi” «Dimmi, in quale cimitero/ vanno a riposare i pensieri/ quando ripudiati dalla mente/ in silenzio, soli,/ confusi e distratti/ s’aggirano senza far rumore/ tra labirinti sconosciuti», per culminare con la folgorante “Come vorrei…” «Come vorrei/ poter fare quella telefonata…/ in paradiso…/ Ho il tuo numero scritto sul mio cuore, /ma di esso non conosco il prefisso». Una poesia potente, tutta intrisa di metafore vibranti, non declamatoria «Come vorrei…/ Parlare ancora con te, solo una volta/ ascoltare la melodia della tua voce, da lassù,/ …/ mentre dai giardini dove il sonno riposa/ sale verso il cielo/ il canto stridente del rondone». Il senso di una perdita si tocca come una materia incandescente: non valgono le parole, ancorché tramite esse noi sentiamo il dolore che, nella poesia successiva, “Madre”, diviene quasi emblema di una sofferenza che non trova tregua (mi viene in mente “l’urlo nero della madre” di quasimodiana memoria): «Figli… frutti del tuo albero/ sacrifici deposti alla tua mensa». Da qui la mancanza, il vuoto: «la solitudine recita il dramma della vita» (uno dei pochi ipermetri che si alternano, con studiata efficacia, fra settenari e ottonari. Diamo un esempio con la chiusa di “Oh, Luna!”, in cui appare anche un quinario e un quadrisillabo – oltre un ipermetro di quindici sillabe – e ci sono tre rime (rare nel contesto): «Fragile Musa/ di un amore dannato che danza nella follia/ esausto,/ e si inginocchia davanti al tempio/ nel flagello meschino/ di un avido destino/ che indisturbato/ prosegue il suo cammino».

Ora, appare chiaro che io sto seguendo un mio itinerario logico, poiché la silloge è complessa e contiene in sé molti spunti esistenziali (basterebbe soffermarci sulla robusta lirica “Roma” per capire il procedimento antifrastico di una città-emblema, di un’allusione, di una visione “oltre”, dove pure Caronte chiede un prezzo per traghettare un’anima!).

Se all’inizio ho nominato Jacopone, ne ho avuto ben donde: leggete “Non posso più vedere” e vi accorgerete che le atmosfere, su un piano non escatologico, rimandano a tale passione (passione come sofferenza estrema). Alla stessa maniera, se ho preso dal suo stellato soglio Petrarca (quanta invida di porto, avara terra), avrò ragione se esaminate “Adagiato”, una delle più espressive liriche della raccolta, che si conclude, secondo il mio punto di vista, nella successiva poesia “…Ed anche”, proprio nella chiusa tremenda: «Non ho più speranze/ solo la certezza di un domani senza te». Ed inoltre, come la mettiamo con questa trovata lirico-filosofica che contraddice la logica astratta delle cose? «Sei la memoria/ che confonde la ragione». E poi una distesa, bellissima, descrittiva, nostalgica pausa: “Mormora”, in cui, però, un verso tormenta il tutto «le donne col capo chino/ sulla pietra a strofinar panni/ e a lavar dolori e affanni», perché Angela Cuccarese non si accontenta delle descrizioni, dei quadretti lirici, dei paesaggi, se non immette all’interno una natura antropocentrica o fisiocentrica, come in questo caso, quasi a dire che l’essere umano è quel che è, e la natura è distante come la Luna dai suoi dissidi e tormenti, dalle sua contraddizioni e dall’infinito tornare dei perché moltiplicati dal muro del mistero, in quanto, come scrive l’autrice, l’uomo «nella ragione non trova il senso» (si tratta di un verso – un endecasillabo irregolare per l’accento sulla quinta sillaba – preso da “Cala la notte”, il cui incipit tanto mi ricorda un distico di Virginio Cesarini, dimenticato poeta del Seicento, morto a 28 anni, grande elettore di Urbano VIII e tra i fondatori dei Lincei, nonché protettore di Galileo il quale gli dedica un’opera: «e non temer se d’immatura morte/ sul tenero mattin giunge la sera»). A tal proposito cito una terzina della Cuccarese sul tema trattato da Cesarini: «La morte / è una mano che depone un fiore/ sull’arido sentiero del dolore». Ogni metafora concretizza l’astrazione, come nella poesia “È tempo” «quando finisce la festa/ resta un povero cuore/ che invidia la morte»: una rima interna, una parola tremenda che mette il punto a un itinerarium che non lascia indifferenti. Terminata la lettura della silloge con “A giugno” «il sole sosta a giugno in mezzo al cielo;/ ingannevole miraggio/ quella porta socchiusa» qualcosa è cambiato in noi, anche se abbiamo vissuto, pure se abbiamo “passeggiato” lungo i dolori della storia attraverso letture infinite.

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1 Commento

  1. Alberto Romano
    Alberto Romano ottobre 31, 09:04

    Bravissima Angela.
    Cuore, talento e sentimento.
    I tuoi versi parlano all’anima e toccano intensamente il cuore.
    Complimenti!

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