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Le emozioni nella Psicologia e nella Filosofia – 2

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Le emozioni nella Psicologia e nella Filosofia – 2

11 Aprile
09:25 2010

Anche il semplice riconoscimento dei movimenti espressivi potrebbe, nel corso del tempo, essere diventato istintivo. Lo scienziato individua tre principi generali dell’espressione: Il primo è quello delle abitudini associate utili secondo il quale alcuni atti complessi hanno un’utilità diretta o indiretta in certi stati d’animo, perché alleviano o soddisfano particolari sensazioni; ogni volta che si ripresenta lo stesso stato d’animo, c’è la tendenza-in forza dell’abitudine- a ripetere quei medesimi movimenti anche se in quel contesto non danno alcun vantaggio. Il secondo principio è quello dell’antitesi: quando sopraggiunge uno stato d’animo che sia l’esatto contrario del precedente, si ha una forte e naturale tendenza ad eseguire movimenti di natura opposta altamente espressivi, anche se sono del tutto inutili. Il terzo e ultimo principio individuato da Darwin concerne gli atti determinati dalla costituzione del sistema nervoso, che sono totalmente indipendenti dalla volontà e dall’abitudine: quando il sistema sensoriale è fortemente eccitato, si genera un eccesso di energia nervosa che si trasmette in alcune definite direzioni, che dipendono dalla connessione delle cellule nervose e in parte dalle abitudini; oppure l’afflusso di energia nervosa può essere interrotto. Sono così prodotti effetti che noi interpretiamo come espressivi. Darwin osserva anche i fanciulli, in quanto essi esprimono molteplici emozioni con una forza straordinaria, osservando che con l’età adulta si perde gran parte della capacità di esprimere i propri stati d’animo in maniera genuina e pura come avviene nell’infanzia. Diverso si presenta l’approccio di Sigmund Freud il quale mette in risalto la conflittualità della vita psichica e dei modi patologici di difendersi da una situazione di sofferenza emotiva. Il filosofo e psicologo statunitense Williams James (New York 1842-Chocorua, New Hampshire 1910) si domanda cosa siano le emozioni e arriva ad affermare che esse non sono stati di coscienza accompagnati da modificazioni fisiologiche, ma percezione dell’attivazione corporea innescati da stimoli provenienti dall’ambiente aventi carattere emotivo. La teoria periferica, definita “teoria James-Lange”) sostiene che la percezione delle reazioni viscerali del nostro organismo a stimoli ambientali di tipo emotivo dà luogo ad un’attivazione fisiologica (arousal) immediata a livello periferico, la cui percezione comporta l’esperienza emotiva. L’attivazione fisiologica si realizza per prima, causando di conseguenza l’emozione. Tuttavia, stando alla “teoria centrale” elaborata da Cannon nel 1929, i cambiamenti corporei associati alle emozioni sono troppo lenti perché siano la causa scatenante dello stato emotivo.
Sempre nel campo psicologico, si è scoperto che, all’interno della persona, vista come un complesso sistema in cui le varie parti- corpo, comportamenti e funzioni cognitive- sono tra loro interazione reciproca, producendo un equilibrio che non è mai statico. Le strutture deputate all’organizzazione e alla gestione delle emozioni sono situate nella parte centrale del cervello, formato dal sistema libico, dall’amigdala e da particolari neuroni recentemente scoperti, ovvero i mirror (specchio). Questa scoperta mette in luce il fatto che la persona, attraverso i mirror, comprende le azioni altrui perché le “vive” dentro di sé. Per la psicologia dello sviluppo, fondamentale è l’autonoma crescita del bambino, il quale deve imparare a gestire e modulare le emozioni al fine di riuscire a raggiungere un’adeguata autostima e competenze relazionali, evitando di fossilizzarsi in uno stadio pulsionale che poco si adatta ad un’equilibrata crescita personale. Proprio per venire incontro a quest’esigenza si è costituita una nuova branca di studio: l’educazione alle emozioni, che ha il compito di realizzare l’intelligenza emotiva i cui frutti sono la consapevolezza di sé, la valutazione delle proprie capacità nonché un discreto autocontrollo sulle proprie azioni. Goleman, in suo famoso best-seller del 1990, definisce l’intelligenza emotiva “un modo particolare di trattare se stessi e gli altri”. Non sappiamo chi siamo finchè non proviamo dei sentimenti. Molto nota è anche la teoria delle intelligenze multiple di Garder, il quale parla di intelligenza interpersonale, ossia della capacità di leggere gli stati d’animo, le intenzioni e i desideri altrui. Ciò presuppone una capacità empatica, grazie alla quale si è in grado di percepire il mondo interiore dell’altro come se fosse il proprio.
Le componenti teoriche dell’intelligenza emotiva convergono sia con il concetto freudiano dell’emozione vista come segno (ad esempio l’ansia come segnale di un bisogno di difesa da pulsioni troppo cruente) sia con quello della “psychological mindeness” intesa come capacità di saper valutare i legami tra pensieri, sentimenti e azioni fino a comprendere le cause e le conseguenze dei comportamenti.
Ci si domanda se l’emozione, oltre ad essere oggetto di studio della Filosofia e della psicologia, che tradizionalmente se ne occupano fin dai tempi più remoti, possa rappresentare un degno oggetto di studio anche in altri campi, come ad esempio quello artistico. A questo riguardo, occorre premettere che ogni opera d’arte deve esprimere qualcosa: l’intento dell’opera, cioè, non deve fermarsi alla semplice presentazione degli oggetti di cui risulta essere composta ma andare oltre.

 

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