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L’Europa? In alto a destra

L’Europa? In alto a destra
Novembre 06
10:39 2014

Disegno di Arnal BallestLe parole sono pietre, scriveva Carlo Levi. Ma certe parole, nell’originale e personalissimo vocabolario renziano, assumono a prima vista i lineamenti del monolite di 2001 Odissea nello Spazio: inattaccabili, sotto certi aspetti. Solo adesso, a più di sette mesi dal suo insediamento, questo repertorio fatto di astiose freddure e donchisciotteschi ‘anarebus’ inizia inevitabilmente a mostrare la corda.

I termini più utilizzati, riforma, talvolta seguito dall’aggettivo strutturale, e rivoluzione, che un po’ tutti associamo a eventi che hanno mutato, talvolta in meglio, il corso della storia, negli infiniti e ormai stucchevoli cinguettii provenienti da Palazzo Chigi diventano concetti che ognuno può indossare: dei valori prêt-à-porter comprensibili tanto allo scout quanto alla famosa casalinga di Voghera.
Un ‘lessico famigliare’ che promana direttamente da Bruxelles e viene recepito in tutta Europa, con sfumature e toni calibrati di volta in volta e tarati su frequenze che variano di Paese in Paese. E così al linguaggio tartufesco del giovane premier si sovrappone, come in un collaudato gioco di sponda, quello ruvido e scostante che la Commissione Europea, la Bce e l’Fmi utilizzano soprattutto nei confronti dei Paesi del Sud Europa. Le tre istituzioni, al contrario, non perdono tempo e denaro per inviare facili tweet a gogò. Indicano e in qualche modo dettano la linea ai governi, dopo incontri a porte chiuse, attraverso lettere, comunicati e battute inspiegabili. Come quella pronunciata da Christine Lagarde in una recente intervista: «In Europa non c’è austerity».
Poco più di un mese fa, le clamorose dimissioni del ministro francese dell’Economia, il socialista Arnaud Montebourg, che rischiavano di trascinarsi dietro mezzo governo Valls, venivano rassegnate proprio per le politiche del rigore e dell’austerità sostenute dal presidente Hollande, a fronte di una crisi «senza precedenti dopo quella del ’29, la più grave, distruttrice e lunga». Da noi l’unico clamore è dato dallo sbattere dei tacchi in ossequio alle quotidiane esortazioni e ai suggerimenti recapitati brevi manu dai soliti mittenti. Sarà per l’orgoglio di aver contribuito, con i Trattati di Roma del ’57, a gettare le basi dell’Unione Europea o, più semplicemente, per un’innata attitudine alla servitù volontaria. Rimane il fatto che questa Europa, come la conosciamo oggi, è la logica conseguenza di quella ratificata nella Sala degli Orazi e dei Curiazi cinquantasette anni fa.
A scanso di equivoci e al di là dell’ottuso ottimismo ‘alla UniEuro’ smerciato dagli spot pro Unione, la sua natura è esclusivamente commerciale ed economica, improntata con rigida coerenza alle teorie e alle pratiche del laissez-faire, dei ‘mercati che si autoregolano‘, delle crisi che si risolvono ‘gettando soldi dagli elicotteri’. Una congerie di Stati differenti tra loro per cultura e storia, ma saldati da interessi economici e dal credo liberista. Una dottrina che, se normale e congenita nei partiti della Destra liberale e presentabile, come nella Destra populista e razzista e nei tanti movimenti qualunquisti, preoccupa non poco vedere accettata in quei partiti che formalmente si richiamano all’esperienza socialdemocratica: dal Sozialdemokratische Partei tedesco al Partito Democratico italiano, al Ps francese al Labour inglese. Nomi e sigle che ormai fungono praticamente da toupet: posticce e fuorvianti, riescono a rendere sexy anche le scelte più agghiaccianti e inaccettabili. Come le riforme blairiane del welfare e del lavoro e i micro-jobs da un euro del ‘Piano Hartz’ di Gerhard Schröder del 2003.
Il segretario-presidente e quelli del suo cerchio magico, compresa la sua strana e doppia maggioranza, guardano con un sempre più marcato interesse ai modelli, alle politiche che hanno ridisegnato fortemente lo Stato sociale, a far le spese del quale saranno la scuola, i servizi sociali e il lavoro: di quel che rimane di ciò che definivamo ‘lavoro’. Le elezioni di maggio ci consegnano, ancora, un’Europa grippata in uno stretto cul-de-sac, a due velocità e saldamente nelle mani dei conservatori (come dimostra il commissariamento di fatto del Commissario all’Economia Moscovici da parte del suo vice Katainen), punitiva e meritocratica, complessivamente più a destra, chiusa a riccio su temi squisitamente economicisti e per ‘addetti ai lavori’, su debiti da onorare, come i 50 miliardi in vent’anni come esige il Patto di Stabilità per l’Italia, e parametri da rispettare. La finta guerra del nostro piccolo ‘generale Lee’ contro l’Unione è appena cominciata.

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