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Un mese nel pallone

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Un mese nel pallone

Un mese nel pallone
19 Giugno
22:00 2014

17-Un-mese-La-statua-del-CrIl Brasile si appresta, e noi con lui, a un’abbuffata di calcio. Scritto, parlato e, forse, visto. Dal 12 giugno al 13 luglio nel più grande Paese latinoamericano, otto milioni e mezzo di chilometri quadrati per ventisette Stati Federali, tre fusi orari e nel pieno dell’inverno, si giocherà la 20a edizione dei Mondiali. A nulla saranno valse le lamentele degli studenti per una scuola pubblica decente o le lagnanze dei pendolari per gli alti costi dei trasporti urbani;

o gli alti lai delle duecentomila persone sgomberate dalle favelas di Rio, lontano dagli occhi e dai portafogli dei ricchi, per far posto alla Transolimpica, col Corcovado che frana. E meno di nulla importerà che la spesa totale per tenere in piedi tutta la baracca sfiorerà i quindici miliardi di dollari, pubblici, dai dodici iniziali.
I Mondiali di calcio, come i Giochi Olimpici, sono da sempre una sfavillante vetrina dove il Paese organizzatore può esporre i suoi gioielli, nascondendo la polvere sotto il tappeto. E non bisogna andare troppo indietro nel tempo, per fare degli esempi: basta tornare a Sochi, a febbraio scorso. Quando Putin nel 2007 corse a Guatemala City per perorare la causa della città sul Mar Nero, dove possiede una dacia, sapeva che era lì l’occasione giusta per pompare nuovamente la grandeur mai sopita del suo Paese e che i Giochi Invernali sarebbero serviti a far risplendere il suo ammaccato prestigio personale e, di rimbalzo, quello della sua nuova Russia. E al diavolo dover portare settecentomila metri cubi di neve al mare, e che oltre le alture del Caucaso si distendono la Cecenia, l’Inguscezia e il Daghestan, sue personali “spine nel fianco”. Parlò in inglese, cosa insolita per lui, ai membri del Comitato Olimpico e disse che la spesa si sarebbe aggirata sui dodici miliardi di dollari. Li convinse, a scapito di Pyongyang. Ma i miliardi di dollari, a lavori conclusi, diventarono cinquanta.

Alla ricerca del denaro
La vetrina, come sappiamo, è andata in frantumi quasi subito per la questione ucraina, ma il neozar, anche in quella occasione, ha fatto in tempo a distribuire prebende e favori agli oligarchi della regione, che in futuro continueranno a sostenerlo. La stessa cosa pare sia successa nel Brasile di Dilma Rousseff. Più di quindici miliardi di dollari spesi soltanto nel rifacimento degli stadi e nulla per le infrastrutture: metropolitane, autostrade, aeroporti. Tutti soldi presi dalle casse dello Stato tramite la Bndes, la Banca Nazionale legata al Ministero dello Sviluppo Economico, per la quale l’ex-presidente Lula è spesso in viaggio d’affari. Tanto che perfino nel Qatar è riuscito a strappare contratti per la costruzione degli impianti per i Mondiali del 2022.
L’ex-presidente-operaio è in viaggio d’affari anche per la Oderbrecht, la multinazionale brasiliana con interessi che vanno dall’elettricità all’agroalimentare, dal gas alla difesa, dalle assicurazioni al nucleare, e che finanzia con magnanimità tutti i partiti brasiliani, e in particolar modo proprio quel Partito dei Lavoratori che annovera tra le sue fila Dilma e Lula. Il Paese, magnifico sotto molti punti di vista, ma dove le contraddizioni sono più stridenti e lancinanti che altrove e che ad aprile ha, forse, ricordato il cinquantesimo anniversario del colpo di stato del ’64 che diede il via alla dittatura ventennale dei gorilas, oggi si appresta a celebrare il calcio.
Un mese di sbornia, un tempo sospeso ove poter tornare bambini. E allora, in alto i calici e bando alla saudade. Il 14 giugno avremo davanti la perfida Albione e le faremo vedere i sorci verdi. O le spezzeremo le reni, chissà…

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