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Quale il nostro ruolo?

Ottobre 07
22:00 2012

Può sembrare paradossale, ma il nostro Parlamento discute, senza risolvere, una legge anticorruzione. Viviamo in una nazione dove la corruzione costa alla collettività (ovvero noi) circa 60 miliardi di euro l’anno, una cifra astronomica che potrebbe risolvere molti dei nostri problemi economici.

La corruzione sembra essere parte del DNA della nazione, una ‘tassa’ necessaria per avere accesso a diritti e posti di lavoro. Trova le sue origini in leggi e controlli (se vi sono) che invece di assolvere funzioni preventive e di sicurezza, mirano a punire, con pesanti sanzioni, errori o cattive gestioni delle attività sociali e lavorative. Questo stato di ‘castigo’ pone ampie basi ad un compromesso di ‘aggiustaggio corruttivo’.
Dalla prima alla seconda Repubblica la casta parlamentare, le Regioni, Province, Comuni e Comunità montane, hanno acquisito uno stato di impunibilità nell’utilizzo dei soldi pubblici. Finanziamenti, stipendi, vitalizi, rimborsi, portaborse, uffici, ristoranti, etc. etc. tutto è dovuto. Loro stessi sono i diretti suggeritori, votanti, nonché controllori di quanto proposto. Uno Stato che mette in discussione o ritiene merce di scambio (responsabilità civile dei giudici) la corruzione, non ha spazi di crescita nel futuro. E tanto per comprendere le dimensioni del fenomeno citiamo tre dati: con una lotta efficace alla corruzione il reddito potrebbe essere superiore del 2-4% (Banca mondiale); nelle regioni in cui la corruzione è più bassa, le imprese crescono fino al 3% annuo in più; la corruzione in Italia corrisponde a una «tassa» del 20% sugli investimenti stranieri.
In uno Stato dove la corruzione è diffusa dall’usciere all’ispettore, dal posto di lavoro all’acquisizione di appalti, dalla ricerca di una discolpa di “a cominciare da chi comanda”, restiamo sempre spettatori di qualcosa che in determinate condizioni ci coinvolge e per la quale troviamo sempre calorose giustificazioni. Non è l’Italia che deve uscire dalla corruzione. Siamo noi a non dover cercare favori o interessi nei rapporti socio-politici. Soltanto noi possiamo riprenderci i nostri diritti, tramandatici dai nostri padri. Se noi rispettassimo i nostri stessi diritti (il dovere di tutti), l’Italia sarebbe fuori dalla corruzione.
È di questi giorni la vicenda Lazio. Di nuovo la scoperta dell’acqua calda. Oltre le ormai classiche posizioni di casta politica, sapevamo benissimo dei “100 mila euro in quota consigliere regionale“, utilizzati per ungere attività e associazioni varie di zona, non per beneficenza, bensì per voto politico alle prossime elezioni. Di cosa dovremmo meravigliarci – afferma Fiorito – è una prassi consolidata. Dovremmo esaminare noi stessi, le nostre scelte, piuttosto che questi quattro politici imprenditoriali. Parlare ora dello scandalo, e come sparare sul pianista, lì fermo alla vista di tutti.
La corruzione si trova a braccetto con il mondo del lavoro, con una posizione di “palla al piede”. Non è certo l’unico ostacolo ad impedire la ripresa delle attività produttive, in aree dove, peraltro, vi è carenza di produttività ed investimenti. Gli imprenditori nostrani hanno un lungo braccio all’interno dell’azienda, che diventa corto quando bisogna investire i propri soldi nell’attività. Allora si ricorre allo Stato, alle agevolazioni, al ricatto della dismissione dell’azienda.
Dice Marchionne: manterrò l’azienda nel nostro Paese con i guadagni ottenuti all’estero. Una dichiarazione a dir poco deviante, e di memoria breve. Una giusta definizione sarebbe: La Fiat è all’estero malgrado tutti i regali e le agevolazioni dei Governi succedutisi in Italia. La Fiat, nel periodo che va dal 1977 al 2009, ha ottenuto dallo Stato 7,6 miliardi di euro, investendo a sua volta, dal 1990 ai giorni nostri, 6,2 miliardi (fonte Cgia di Mestre). Questi finanziamenti hanno coperto cassa integrazione, prepensionamenti, mobilità, costruzione di stabilimenti. A questo proposito è opportuno non dimenticare il regalo dello Stato con lo stabilimento di Arese dell’Alfa Romeo, in nome e difesa dell’italianità. A suo tempo la Nissan entrava nel mercato europeo scegliendo l’Alfa e, ostacolata a tutti i livelli, si è data alla fuga investendo in altre nazioni come Spagna e Gran Bretagna. Non dimentichiamo che in nome di questa italianità stiamo pagando ancora debiti Alitalia, senza ottenere investimenti.
Anche la giustizia entra nel merito degli investimenti e di conseguenza nel mondo del lavoro. Secondo il rapporto «Doing Business 2012» siamo al 158° posto, su 183 economie esaminate, riguardo al tempo necessario alla giustizia civile per risolvere una controversia commerciale tra due imprese: in Italia, per avere una sentenza definitiva, sono necessari 1.210 giorni, a fronte dei 331 impiegati in Francia e i 394 in Germania. Una riduzione della durata delle procedure civili del 50% accrescerebbe del 20% le dimensioni medie delle imprese manifatturiere.
Corruzione, politica, giustizia lenta, sono i mali della nazione Italia. Non vi sono ricette di sacrifici per l’uscita dalla crisi se non siamo in grado di assumerci le nostre responsabilità e riconoscere i nostri errori. Sostituire i direttori di questa orchestra per continuare a suonare la stessa musica non offre grandi risultati. Sarebbe meglio cambiare musica.

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