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Soluzioni Linea Light Group per il Padiglione turco alla Biennale di Venezia

Soluzioni Linea Light Group per il Padiglione turco alla Biennale di Venezia
Giugno 06
16:32 2016

Sarà aperta al pubblico da sabato 28 maggio a domenica 27 novembre 2016, ai Giardini e all’Arsenale, la 15. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, durante la quale, all’interno del Padiglione della Turchia, sarà presentato il progetto Darzanà.

Darzanà è una parola della Lingua Franca, sviluppatasi come linguaggio comune tra l’XI e il XIX secolo e parlato da marinai, viaggiatori, mercanti e guerrieri che solcavano le acque del Mar Mediterraneo, divenuto principale crocevia per le culture circostanti. Si tratta di una parola ibrida che richiama il turco tersane e l’italiano arsenale, due termini che condividono la stessa origine araba: dara’s-sina, ovvero “luogo dell’industria”.
Analogamente alla Lingua Franca, è possibile definire come “Architettura Franca” un linguaggio architettonico comune che rispecchi appieno il significato dell’intero progetto, volto a evidenziare il patrimonio culturale degli arsenali di Istanbul e Venezia. Una vera e propria sfida a violare quei confini e ad abbattere le barriere che si stanno erigendo in modo crescente tra religioni, lingue, etnie, nazionalità e generi diversi. Un’operazione di elevato profilo culturale, all’insegna del dialogo e della condivisione, pur nel rispetto delle differenti identità.
Ed è partendo da questo concetto che il Padiglione della Turchia, coordinato dalla Fondazione Istanbul per la Cultura e le Arti (IKSV), ospita un’imbarcazione costruita con i materiali di scarto rinvenuti nella vecchia darsena di Istanbul e trasportata a Venezia per suggellare una nuova connessione tra le due città. Baştarda, questo il suo nome, è una nave frutto dell’incrocio tra una galea e un galeone, con vele e remi, interpretato come elemento simbolico di continuità tra i due cantieri navali, quello turco lasciato a deperire nella megalopoli di Istanbul e l’altro rinato nello spazio espositivo di Venezia. Quando la Biennale sarà conclusa, Baştarda tornerà in patria esposta in un museo aperto al pubblico.

Il Padiglione della Turchia si caratterizza per la particolare attenzione al fattore luce, studiato nei minimi dettagli per enfatizzarne sia la specificità architettonico-espositiva sia il concetto ispiratore dell’intero progetto. L’impianto di illuminazione è stato ideato da Zeki Kadirbeyoğlu e Şeyma Kılıç di ZKLD Light Design Studio e la scelta è ricaduta su alcune soluzioni illuminotecniche fornite da Linea Light Group by Tepta.
Prodotto chiave utilizzato è Angular della collezione i-LèD: un proiettore potente e dal design semplice e minimale, particolarmente indicato, come nella tradizione di Linea Light Group, per non sovrastare la centralità di quanto va ad illuminare. Caratterizzato da un movimento basculante fino a 90°, Angular è dotato di un pratico indicatore goniometrico al fine di regolarne con precisione l’inclinazione. La sorgente arrayLED garantisce un’ illuminazione nitida ed efficiente, dalle alte performance.
Appositamente studiato per questo progetto uno speciale filtro Honeycomb customizzato, finalizzato a ottenere un duplice effetto: limitare al massimo l’abbagliamento e, allo stesso tempo, garantire un puntamento del fascio luminoso nitido e focalizzato. In aggiunta, sono state posizionate alcune lampade da tavolo Folia della collezione MA[&]DE che, all’elegante forma stilizzata di una foglia dal ricercato design, associano la tecnologia LED in grado di ottenere un elevato risparmio d’energia fornendo luce senza eguali.

“Let’s Talk About Garbage” E Linea Light Group:
Un Monito Comune Contro Lo Spreco

Alla 15ma Mostra Internazionale dell’Architettura si alza forte un grido accorato, un monito verso lo spreco di risorse e la sovraproduzione di materiale che, immancabilmente, diviene presto immondizia mai recuperata, scarto definitivo. E allora “Let’s talk about garbage”, anche in Biennale. O meglio, soprattutto in Biennale, luogo di cultura ma anche di critica costruttiva, al fine di dar luogo al “mondo migliore” di un domani si spera prossimo.

Ne parliamo grazie ad un’installazione “chiassosa” che invita al silenzio e alla riflessione, paradosso di un progetto che ha origine da una tesi di laurea e che sbarca alla Biennale come denuncia di un problema grave, quello della sovraproduzione di beni e dell’assoluta mancanza di una forte sensibilità verso il riciclo e il riutilizzo. Una mancanza che s’intravvede in diverse parti del mondo, spesso le più popolose, dove gravi disagi e squilibri sociali aggravano la piaga dello spreco perpetrato ai danni di chi ha già poco o nulla.
L’architetto Hugon Kowalsky e il critico d’architettura Marcin Szczelina hanno concepito una struttura che riassume la loro indagine personale. Dalla Polonia al resto del mondo, l’immondizia è un prodotto dell’uomo: tracciare il percorso dell’immondizia porta a stretto contatto con le persone, capirne i bisogni permette di sottolineare gli sprechi. Le riprese effettuate nelle megalopoli asiatiche, proiettate nei monitor lungo l’installazione, non lasciano spazio a dubbi: le persone che camminano in mezzo alla spazzatura, le montagne di rifiuti, gli edifici abbandonati al decadimento sono sinonimo di una cultura globale distante dal messaggio che l’opera di Hugon e Marcin lancia dalla Biennale veneziana. Serve più attenzione al recupero e al riutilizzo di materiali riciclabili per costruire nuove strutture. Un’architettura più sostenibile aiuta a sviluppare una cultura del riuso, per gravare di meno sull’ambiente, sulle risorse naturali ed ottimizzare ciò che già c’è.
Un tema, quello dell’attenzione all’ecosostenibilità e all’incentivo al minor dispendio di risorse ambientali e materiali, storicamente caro a Linea Light Group, sponsor illuminotecnico principale del progetto, i cui prodotti enfatizzano in modo impattante e suggestivo i tratti salienti dell’installazione di matrice polacca.

Una parete traccia un solco tra due zone differenti, a seconda del lato considerato, ma al tempo stesso le accomuna, poiché il muro è lo stesso. Una vista pulita e minimale da una parte, “sporca” e degradata dall’altro verso. Vista di fronte, l’installazione si presenta come un manifesto del recupero virtuoso: materiali per l’edilizia riutilizzati grazie al riciclaggio intelligente e consapevole, mattoni a secco ricavati da vecchi pneumatici e immondizia varia.

Ad illuminarli, i proiettori Eyelet della collezione i-LèD: montati su staffe orientabili di dimensioni estremamente ridotte, pensati per valorizzare esposizioni in nicchie e vetrine, questi faretti a LED sono stati intelligentemente posizionati in modo tale da illuminare i prodotti secondo il senso di percorrenza dello stand.
L’Eyelet, così come gli altri prodotti Linea Light Group scelti, ben si sposa con le necessità emerse in fase di studio di adottare articoli altamente tecnologici ma al tempo stesso “sostenibili”, sia per la lunga durata garantita dal LEDche ne scongiura lo smaltimento rapido ed incontrollato, sia per un design interamente studiato e realizzato in Italia, lontano da zone del mondo dove lo spreco di materie prime in fase di produzione ha raggiunto livelli insostenibili.
L’altro lato della parete mostra un volto diverso: una “discarica ponderata”, organizzata in tratti salienti e mucchietti con installazioni particolari, tra le quali alcuni maiali intenti a grufolare nei rifiuti. Per dar loro il giusto risalto, senza dare nell’occhio, sono stati adottati i Clivo: faretti dalle dimensioni contenute, basculanti su staffa, ideali per valorizzare elementi del giardino come statue o piante. Un articolo perfetto per donare personalità a spazi verdi privati o pubblici, scelto in questo frangente nella versione in acciaio inox satinato per mimetizzarsi con il resto della struttura, disposto anche lungo la grata a pavimento per punti di luce “rivelatori” dell’immondizia sottostante sulla quale, metaforicamente, camminano anche i visitatori.
Angular è un proiettore potente con sorgente arrayLED dal design semplice e minimale. Presenta un movimento di basculaggio fino a 90°, con un pratico indicatore goniometrico per regolare con precisione l’inclinazione. Installato presso una finestra a muro in abbinata con Vektor, proiettore con arrayLED ed ottica con sistema di sagomatura della luce, estremamente versatile grazie alla manopola dim-on-board e al focus zoomabile, permette di illuminare al meglio la parete enfatizzandone i tratti salienti: una sorta di mappa visuale di rifiuti “iconici” (ad es. pannolini) distribuiti nelle diverse fasi storico/geografiche, e una cartina geografica del traffico illegale di rifiuti su scala mondiale. Non c’è spazio per le interpretazioni, soltanto la nuda e cruda realtà.
Pound, uno dei proiettori più rappresentativi della collezione i-LèD, è dotato di sorgente luminosa arrayLED ed è in grado di abbinare alte prestazioni ad un’alta versatilità d’utilizzo, grazie al suo design semplice ed essenziale che lo rende adatto a qualsiasi ambiente. Anche a quello sudicio riprodotto in “Let’s talk about garbage”, dove trova collocazione presso una finestra ed è direzionato verso la struttura espositiva, ad illuminare un piano rialzato che simula, tramite una struttura volutamente fuori norma e pericolosa, il Dharavi: “il più grande tugurio” di Mumbai, situato nei bassifondi più poveri della metropoli. Parlando di architettura-spazzatura, il termine di paragone appare calzante.
Due pareti diverse, valorizzate da soluzioni illuminotecniche ad hoc, e un messaggio comune lampante, accomunante la filosofia aziendale di una realtà come Linea Light Group ad un’installazione provocatoria, un immondezzaio tremendamente impattante nella sua voluta, sfacciata sporcizia. Le risorse sul nostro pianeta non sono infinite: l’attenzione al risparmio e al consumo controllato non sono più una libera scelta, bensì un dovere per ciascuno di noi.

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