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SULLE ORIGINI DELLA DIOCESI TUSCOLANA (3)

Maggio 08
07:32 2020

Ritornando alle ‘catacombe’ di san Zotico, uno dei cimiteri anch’esso alla ‘periferia’ dell’Urbe, si può ipotizzare l’esistenza di una piccola comunità di cristiani retta da un ‘capo’ (poi episcopo) anche se ciò non dimostra con assolutezza che si trattasse della prima sede della diocesi ‘tuscolana’. Come affermano l’Orioli e poi Del Nero, sulla scia di altri studi precedenti, il primo vescovo che si suole considerare ‘diocesano’ (usiamo impropriamente questo aggettivo), fu Zoticus ‘ad Quintanas’ elencato tra i presuli che parteciparono al sinodo di ‘papa’ Melchiade nel 313. Quell’anno era sorta una disputa in Africa, alimentata soprattutto dal vescovo Donato, nella quale volle inserirsi come mediatore l’imperatore Costantino, ritenendo necessario convocare – nella casa di Fausta in Laterano donata quale sede per il vescovo di Roma – una sorta di commissione per giudicare la controversia. Dalla Gallia l’imperatore fece venire Materno di Colonia, Reticio di Autun e Marino di Arles, ma il papa Milziade (o Melchiade) convocò anche alcuni vescovi italiani, così che al termine delle varie discussioni, scomunicò i donatisti (cf P. Paschini, V. Monachino (a cura), I papi nella storia, Coletti, Roma 1961, p.30). In quel sinodo – da altri denominato concilio, ma il sinodo è riunione più ristretta e su un determinato argomento – che si pronunciò contro i donatisti, furono presenti dunque, “Reticio vescovo di Augusta, Materno vescovo di Agrippina [Firenze], Marino di Arles, Mirocle di Milano, Floriano di Cesena, Zotico Vescovo Quintiano, Stenno di Rimini, Felice di Firenze, Gaudenzio di Pisa, Costanzo di Faenza, Proberio di Capua, Teopilo di Benevento, Savino di Terracina, Secondo di Preneste, Felice di Tre Taverne, Massimo di Ostia, Evandro di Orfina (Urbino), Donaziano della Tolfa in Toscana”. (Cronologia sacra de vescovi e arcivescovi di Firenze di Luca Giuseppe Cerracchini, Firenze 1716).

In quanto al ‘vescovo’ Zoticus labico-quintanense, di cui non si conosce altro se non il nome, egli presiedeva la comunità che era presso la Statio ‘ad quintanas’ della via Labicana. La comunità ad Quintanas ha poco a che vedere con l’antichissima città di Labico che era stata distrutta dai Romani nel 414 a.C. e sulla cui precisa ubicazione non si sono mai trovate tracce sicure (Tito Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, Libri XLV , 13 voll, BUR Milano 1989-2003). Alcuni affermano si trovasse nell’attuale Monte Compatri, altri a Valmontone o molto più in là, fatto sta che i Romani dopo la distruzione della città ne avrebbero trasferiti gli abitanti superstiti raggruppandoli alla periferia di Roma nei pressi della Statio ad quintanas, dove in seguito sorse una comunità più ampia. Questa comunità quintanense venne molto tempo dopo, ritenuta, senza gran fondamento, come una ‘nuova’ Labico in quanto insediata sulla via labicana, (e successivamente localizzata presumibilmente nella zona dell’attuale città di Colonna).

Ma pur volendo considerare che questa ‘prima’ comunità cristiana si trovasse ai piedi del diverticolo che dalla zona est di Tuscolo si immetteva sulla via Labicana, poteva essa considerarsi un riferimento per ‘tutti’ i cristiani di un territorio tuscolano che si estendeva fino alle catacombe ‘ad Decimum’?  Dalla parte orientale del tuscolano, vi restavano ancora alcune ville romane come quella dei Furii (su cui poi si insedierà dal 1607 l’eremo dei padri camaldolesi) e, proprio in questa zona – alquanto distante dalla Labicana – furono trovati a partire dal 1665 molti reperti della villa e delle cisterne (cf L. Devoti, L’eremo tuscolano e la villa detta dei Furii, 1981), mentre lo stesso sarcofago, che ora costituisce l’altare maggiore di S. Maria in Vivario, ivi trasportato nel 1968 dalla Villa Parisi e che si diceva ritrovato nella  zona dell’eremo dei padri camaldolesi, daterebbe comunque al IV secolo e, sebbene si affermi da alcuni archeologi che vi fosse stato deposto un vescovo, la cosa resta abbastanza dubbia tenendo anzitutto conto del fatto che nella zona non sono stati trovati altri reperti di un qualche cimitero cristiano, o di insediamenti di gruppi di cristiani; e la stessa attribuzione di questa sepoltura ad un vescovo non è del tutto convincente, tanto più che quel sarcofago, isolato, non si sa per quale motivo si trovasse in quel posto. Il che è molto singolare (per le notizie sul sarcofago, cf L. Razza, S. Maria in Vivario. Vicende storiche dell’antica cattedrale di Frascati, 1975).

Sulla ‘diocesi’ tuscolana (o meglio labicana, ma sarebbe più proprio chiamarla chiesa o comunità ‘quintanense’) documenti e informazioni precedenti al 313, non ne esistono, e dunque è a questo periodo, come giustamente afferma l’Orioli, che si deve far risalire con certezza l’esistenza della comunità labicana. Benedetto Grandi (riprendendo la notizia dall’elenco del card. Stuart) riteneva esserci stato un precedente vescovo ‘labicano’ di nome Marzio durante il papato di Dionisio I (269); comunque fosse, sarebbe abbondantemente nel III secolo, (cf B. Grandi, Della diocesi tuscolana e dei suoi vescovi), cosa però che non ha trovato conferma né nelle ricerche del Tomassetti, né dell’Orioli. Del resto – come è stato già affermato da diversi studiosi – fino al IV secolo non esiste l’appartenenza ad un determinato territorio nel quale poi si struttureranno le comunità secondo il modulo episcopo-presbiteri-diaconi (cf V. Bo, Storia della parrocchia. I secoli delle origini (sec IV-V), Edizioni Dehoniane, Roma 1992).

In quanto al ‘nostro’ vescovo Zotico ‘ad Quintanas’ o ‘Quintiano’, da alcuni storici del passato era già stato citato al primo posto nella cronotassi dei vescovi, che, nella sequenza successiva, con un vuoto fino al V secolo, verranno comunque considerati labicani (o labico-quintanensi) e in seguito definiti dapprima labico-tuscolani e, diverso tempo dopo, ‘tuscolani’, ma solo dopo che la sede della diocesi aveva subito alcuni trasferimenti.

Ma torniamo un poco indietro. Come si è già detto, il cristianesimo a Roma era già presente tanto che – come si legge nei riferimenti della Scrittura e come abbiamo già considerato – Paolo arrivando a Roma trovò una numerosa comunità di cristiani: ebrei convertitisi al cristianesimo che, espulsi da Claudio nel 49/50, ritornarono a Roma dopo la sua morte (54 d.C.). Svetonio scriveva che Claudio “espulse da Roma i Giudei che erano in continua agitazione per la propaganda di Cresto” (Svetonio, ‘Vite dei Cesari’, Rizzoli, Milano 1987 vol II, p. 533). Tra gli espulsi vi erano stati certamente i coniugi Aquila e Priscilla; infatti Paolo, quando soggiornò a Corinto, “trovò un Giudeo di nome Aquila, nativo del Ponto, arrivato poco prima dall’Italia, con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei e poiché erano del medesimo mestiere si stabilì in casa loro e lavorava. Di mestiere infatti erano fabbricanti di tende” (Atti, 18, 1-3).

“Romani qui residenti” erano a Gerusalemme, come si accenna da Pietro nel primo discorso di Pentecoste in cui affermava ci fossero tanti stranieri, ma questi ‘romani’ c’erano già prima di quelli che saranno esiliati. L‘insediamento e lo sviluppo delle prime comunità di cristiani a Roma, avvenne inizialmente con piccoli gruppi intorno ad un ‘capo’, e nelle ‘domus’ di qualche personaggio accondiscendente e, quasi certamente, ma non subito, si diffuse anche nelle zone periferiche attraversate dalle vie dei commerci e delle stazioni di posta e ristoro (Tre Tabernae, ‘ad Quintanas’, Vicus Angusculanus), tra l’altro meno soggette alle varie contese e tumulti nell’Urbe. Le ‘domus’ ospitali e di raduno non erano moltissime, e nemmeno di grandi dimensioni tanto che si è supposto che in tutta la città di Roma all’epoca di Paolo, vi fossero non più di duecento cristiani (cf R. Penna, ‘Le prime comunità cristiane. Persone, tempi, luoghi, forme, credenze’. Carocci, Roma, 2011)

In quei tempi le diocesi come noi le conosciamo, non erano ancora state ‘create’, ma c’era solo l’esistenza di qualche ‘vicus’ (quale si ipotizza fosse quello nei pressi del Cimitero di San Zotico) ed i vescovi non erano altro che incaricati – forse presbiteri – a capo di comunità di cristiani a partire dal terzo secolo, ma, più probabilmente dal IV. Col vescovo Zotico ci troviamo già dunque nel IV secolo quando le comunità cristiane, stavano costituendosi ormai in stabilità di territorio e autorità (governo ecclesiastico) e queste non dipendevano più, direttamente, dalla comunità di Roma. Clero e popolo eleggevano insieme il ‘vescovo’ della propria comunità che per lo più, come detto, era radunata in una casa o villa di qualche maggiorente e solo con l’estendersi del numero dei cristiani, la comunità farà riferimento anche ad una sede stabile e ad un territorio con la denominazione di ‘diocesi’ – dal greco dioikesis – definizione che, nei tempi immediatamente precedenti, apparteneva a precise e delimitate circoscrizioni amministrative di Roma. (3.CONTINUA)

 

 

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