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Vicolo della luce e Fernando l’ebanista

Febbraio 22
10:48 2012

Alla mia età la quantità dei ricordi, affastellati durante il tempo trascorso, è ormai ingente e tentare di districarli non è semplicissimo e se , poi, si desiderasse metterne in evidenza qualcuno la situazione si ingarbuglierebbe senza speranza…

Però un giorno si è verificata una favorevole circostanza: l’apertura di uno squinternato scatolone dove, a suo tempo, avevo riposto delle cianfrusaglie che avevo giudicato ormai inutili. Non appena rimosso il coperchio mi si presentò, quasi con prepotenza, un piccolo tavolinetto tondo di legno con incollata, al di sotto del ripiano, una targhetta verde con un bordo dorato, dove si poteva ancora chiaramente leggere un nome: Comm. F. CONTI – ebanisteria Artigiana – Roma – Via della Gensòla 3. Rigirarmelo tra le mani fu come aprire un rubinetto: i ricordi ne defluirono velocemente presentandosi, alla mia vigile coscienza, vividi e brillanti. Fu come se tutto lo spazio che mi circondava si fosse improvvisamente riempito di presenze ormai credute dimenticate per sempre. E, in quell’istante, fui consapevole che ormai non mi rimaneva altro da fare: dare loro la corda e seguirne il cammino…

…anni e anni fa…

Ero alla ricerca di un posto dove poter consumare il parco pasto di mezzogiorno: mi sarebbe bastata anche una modesta trattoriola. A quel tempo l’intervallo fra la fine della mattinata di lavoro e la ripresa pomeridiana era molto, molto lungo e girovagare per panchine, muretti e giardinetti cittadini non era più accettabile specialmente in autunno quando i temporali romani, improvvisi e violenti, non mancano mai. Fu così che, quasi senza avvedermene, imboccai una breve viuzza che da Via della Luce conduceva a Via della Gensòla in Trastevere: si chiamava Vicolo della Luce. A metà della quale, quasi completamente nascosto da una di quelle tende realizzate alla meno peggio con una serie di catenelle alle quali si applicavano, ripiegati a metà e a intervalli regolari, i tappi usati delle bottiglie di birra, notai un varco che dava accesso ad una specie di locanda il cui nome, riportato alla buona su una insegna, recitava: “Trattoria dell’Albanese”

Mi piacque e mi incuriosì.

Entrai. Fui accolto da un tipetto vispo e arzillo, di bassa statura, appena canuto, il quale con una acuta vocetta in falsetto mi accolse con un accogliente buongiorno.

Subito dopo mi indicò perentoriamente un tavolo senza tovaglia con un foglio di carta giallastra steso sul ripiano e ripiegato sui bordi. Attorno quattro sedie di legno lucido, di foggia squadrata dall’aspetto spietatamente dure e scomodissime.

Dopo qualche attimo, da una apertura laterale, comparve una donna: tarchiata, grassottella, con un grande grembiule e un fazzoletto in testa. Doveva essere, pensai immediatamente, la cuoca e anche moglie del signore che mi aveva ricevuto: insomma l’ostessa! Mi squadrò in lungo e in largo. Infine mi indirizzò un sorrisetto materno e subito dopo sparì velocemente da dove era entrata. I tavoli, una decina, non erano allineati perfettamente, al contrario delle panciute botti per il vino, poggiate su dei rialzi in pietra sagomati, con le doghe lucide e le spine pronte all’uso ben allineate. In quel momento non c’erano avventori tranne un tipo già abbondantemente rifornito di vino a giudicare dalla testa ciondoloni e dagli occhi acquosi, dalla fojetta vuota e dal bicchiere mezzo pieno poggiati sul tavolo. Pensai che da un momento all’altro si sarebbe messo a cantare… In alto, lungo una parete, correva un mensolone di legno sul quale erano poggiati, oltre ad una sfilza di capienti bicchieri di vetro tutti uguali, una serie di recipienti per la mescita del vino che andavano (come appresi successivamente) dal litro alla fojetta, dal quartino al chierichetto, dal chierichetto al sospiro.

Mi sedetti e quasi che ciò fosse stato un segnale convenuto subito dopo entrarono uno di seguito all’altro alcuni personaggi che si accomodarono senza esitazione ai vari tavoli: erano sicuramente avventori fissi.

Frequentai quella trattoria per molto tempo e seppi molte cose: si chiamava Trattoria dell’Albanese perché l’attuale proprietario era originario di Albano Laziale e fin dall’infanzia con suo padre e dopo la sua morte, per molti anni ancora, aveva trasportato il vino dai Castelli con il carretto in Città rifornendo molte trattorie di Trastevere. In alcuni giorni si presentavano dei giovani “giudij” i quali, finita la giornata e prima di rientrare in Ghetto, si riunivano dall’Albanese per spartirsi il ricavato della vendita delle statuette, rosari, copie del Colosseo, nonché dell’immancabile Mosè, vendute ai turisti provenienti da tutto il mondo (sciorinavano sui tavoli monete di ogni tipo che poi si dividevano). Dopo di che soddisfatti terminavano la riunione con una solenne bevuta a base di bianco frizzante o di cannellino conversando nel contempo ad alta voce nel più puro e originale linguaggio romanesco.

Frequentava la trattoria anche il figlio di un generale dell’Aereonautica il quale si presentava a pranzo a giorni alterni pretendendo di sedersi sempre al medesimo tavolo. Nonché una signora arcigna, legnosa, molto alta che non voleva essere disturbata per nessun motivo. Non beveva vino, ma trangugiava ettolitri di acqua minerale. Infine si presentavano, frettolosi e impazienti, gli avventori occasionali: abitanti del quartiere, negozianti, commercianti, donnette del mercato, studentelli.

Era una umanità che mi piaceva soprattutto quando si mettevano a raccontare le loro esperienze giornaliere. Finché un giorno l’ostessa, con un’aria complice e autoritaria, mi avvertì: “Domani cambi tavolo. Ti metterai a quello vicino all’ingresso, quello sulla sinistra entrando. Farai compagnia al Commendatore”

E quando il Commendatore, scostando perentoriamente la tenda con il suo bastone da passeggio, entrò, per me fu come se con lui entrasse anche il Diciannovesimo Secolo in persona… Calzava una bombetta rigida di colore marrone chiaro abbellita, torno torno, da una bassa fascia di stoffa lucida, scura. Portava una farfallina verdognola svolazzante lievemente su una camicia bianchissima con il colletto inamidato. Il gilet scuro era perfettamente abbottonato. Una catena d’oro gli cingeva il giro della pancia, abbondante ma non esagerata. Indossava una giacca dal taglio all’antica abbinata a pantaloni a tubo, stretti, rifiniti da un paio di scarpe nere lucidissime. Agitava bonariamente quel suo bastone da passeggio, nodoso e bordato da un elegante filo dorato.

Il viso leggermente paonazzo era rotondo con venature appena sottopelle evidenti e violacee. Un accattivante sorriso sembrava essergli stato incollato sulle labbra, cosa che scopriva i suoi grossi incisivi. Una volta sedutosi, l’ostessa si avvicinò e gli disse: “Commendatore oggi è martedì, il solito?” Evidentemente fra loro esisteva un codice di comunicazione segreto: infatti lei si allontanò senza attendere la risposta e dopo qualche minuto gli servì il pranzo accompagnandolo con del vino colore del miele: bollicine minute salivano velocemente lungo i fianchi trasparenti della fojetta. Il Commendatore, senza dire una parola, me ne servì un bicchiere intero invitandomi in silenzio e con un gesto semplice e deciso a fare un brindisi insieme a lui.

Io non trovai di meglio che alzarmi in piedi e inchinarmi. Ebbi la sensazione che sul momento non era stato molto soddisfatto di trovare un estraneo seduto al suo tavolo dove si sedeva da molti anni: cosa largamente testimoniata, oltre che dal bordo del tavolo consumato e lucido, anche da una nicchietta sul muro all’altezza del suo gomito sinistro. Continuò a guardarmi a lungo sornione come un gattone di strada.

Io avevo già ultimato di pranzare e con molto imbarazzo non mi rimaneva che rimettermi seduto. La presenza del Commendatore aveva ormai trasformato, ai miei occhi, quel luogo in un ambiente magico, unico.

L’ostessa infine si decise e: “Ti presento il Commendatore Fernando Conti – mi disse – il più grande ebanista di Roma e forse del Lazio e dico poco!” Accentuò questa presentazione con una risata a gola spiegata, che ebbe una eco scoppiettante in quella di suo marito, l’Albanese, acquattato dietro a una delle botti.

In seguito scoprii che il Commendatore non era molto loquace. Egli continuava a osservarmi giorno dopo giorno con sempre maggiore curiosità mentre io gli raccontavo del mio lavoro, della mia carriera scolastica, delle vicende familiari.

Fino a quando un bel giorno con quella sua voce rotonda dall’accento romanesco accattivante iniziò a parlare e non si fermò più. Parlò di se stesso e un poco alla volta seppi molte circostanze della sua vita che sembrava felice di svelarmi. Era stato conducente delle ambulanze della Croce Rossa durante la Grande Guerra e ne aveva visti di corpi martoriati!… Era nato a Roma in Piazza Montanara e aveva assistito alla demolizione della Collina Velia. Ricordando questo episodio notai che si commoveva fino quasi alle lacrime. Era un ebanista di grande abilità e aveva restaurato i cori lignei di prestigiose Chiese trasteverine. In Piazza della Gensòla aveva la falegnameria dove i suoi due figlioli progettavano e costruivano mobili su misura per famiglie benestanti.

Un giorno pretese che lo accompagnassi a visitare la falegnameria perché, mi disse: “Ne vedrai delle belle” E continuò: “Non ti dimenticare di fare una visita al monumento di Giuseppe visto che è proprio qui dietro. Mi raccomando” E a questo punto inaspettatamente recitò un sonetto del Belli come soltanto lui poteva fare… tanto che me ne innamorai e tutt’ora li leggo spesso quei sonetti riascoltando con la memoria la sua voce e il suo accento meraviglioso.

Visitare la falegnameria fu una esperienza unica. Vi si accedeva da una porticina scendendo tre o quattro gradini e ci si trovava ai piani interrati di una fila di imponenti fabbricati che si ergevano sul Lungotevere. Le macchine e le seghe circolari e tutto un armamentario diverso si trovava lì sotto. Infine, dopo una visita accurata, mi disse: “Adesso ti porto in un luogo speciale” Aprì quindi una porta in legno, spessa, cigolante e all’aspetto molto antica che dava accesso ad un ultimo ambiente. Entrammo là dentro: vi era una luce soffusa, quasi non si notava nulla ma, una volta adattatomi a quella fioca luminosità misteriosa, li vidi: tronchi e tavoloni interi di essenze particolari in stagionatura. Alcuni erano almeno dieci anni che stavano al buio là sotto. Alcuni venivano dall’Africa, altri dal Nord Europa e alcuni dalle Americhe e molti altri, i più preziosi, erano stati recuperati dalle capriate di qualche copertura antica smantellata. Mi spiegò che quei legni sarebbero stati “messi al lavoro” solo quando lui lo avrebbe voluto…

Dopo questa esperienza tornare alla vita normale per me, giovane alle prime armi, non fu facile: quei tronchi li sognavo tutte le notti. Il mio affetto e la mia considerazione per quel personaggio crebbero a dismisura e quando un bel giorno si presentò a pranzo con quel tavolinetto in miniatura dicendomi senza convenevoli: “Questo è un mio ricordo e te lo dono volentieri. L’ho realizzato con le mie mani ” rimasi affascinato definitivamente. Subito dopo notai passare sul suo volto una fugace ombra di tristezza velata da una intensa malinconia…

Pochi giorni dopo l’ostessa piangendo sommessamente mi annunciò che alle prime luci dell’alba il Commendatore era morto: così, dolcemente, guardando fuori dalla finestra con la speranza forse di rivedere in quell’estremo lembo di vita un poco della sua Roma ormai sparita per sempre. Fuggii da quella trattoria: senza il Commendatore nulla poteva essere più come prima. Mi sentivo ormai un estraneo. Prima di allontanarmene mi recai sotto il monumento a Giuseppe Gioacchino Belli e in quella figura fuori del tempo rividi l’ebanista Fernando e pensai che quel monumento in verità era stato eretto per lui.

Dopo molti anni ho ripercorso quella stradetta: era triste, ingrigita, abbandonata a se stessa. La falegnameria era stata chiusa definitivamente. Ormai nessuno si ricorderà più di Fernando l’ebanista.

Il tavolinetto tondo l’ho ripulito a dovere e collocato in bella mostra accanto ai miei libri: chissà che uno di questi giorni non si metta a parlare.

NOGA Agosto-Settembre 2011

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