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La forza delle donne sta nella loro storia di resistenza e crescita

La forza delle donne sta nella loro storia di resistenza e crescita
Dicembre 02
15:33 2023

Nel film del 2019 Non conosci Papicha, la documentarista e film maker Mounia Meddour, racconta una storia autobiografica mettendo in primo piano Nedjma, Papicha del titolo (tradotto dall’algerino la hipster – seguace delle culture alternative, insofferente alle regole), che nell’Algeria degli anni ’90 frequenta l’università e sogna di fare la stilista. Papicha/l’intensa Lyna Khoudri, vive con gioia e forza gagliarda anche l’ambiente fatto di maschi che provano ad allungare le mani come il mercante da cui va a comprare le stoffe per mettere su in segreto sfilate di moda, o il guardiano all’entrata della scuola che spia i suoi movimenti fra cui le uscite serali con le amiche di cui, la nostra, non si priva mai. Quando si viene a sapere dell’organizzazione della sfilata universitaria, questa viene vista come un affronto alla cultura imperante dai fondamentalisti locali e le ragazze attaccate nelle loro stanze da un gruppo di donne completamente velate, mentre poi andranno incontro al peggio non rinunciando al loro proposito. Nel crescendo della tensione narrativa del film si rivelano altri aspetti del loro vivere: l’uscita di Nedjma con un’amica e due ragazzi, fra i quali quello dell’amica che considera delle poco di buono le giovani universitarie e picchierà la sua ragazza quando verrà a scoprire che anche lei frequenta l’università; la vita difficile delle altre compagne spinte dalle famiglie ad accettare matrimoni, costrette sempre a difendersi, a scappare lontano se incinte, finché Nedjma subirà una perdita dolorosissima che le cambierà la vita ma senza distruggere il suo spirito. Attraverso il racconto di una quotidianità, che man mano che il film scorre passa dall’apparire normale a sempre più eroica, si snoda il periodo della Decade Nera che negli anni ’90 (sono passati trent’anni e non secoli!), in Algeria vide l’assassinio di 150mila persone.

Presi dalle nostre vicende italiane, gravissime, in fatto di femminicidi, sappiamo di non essere i soli ad avere numeri preoccupanti in Europa e questi e le guerre ci fanno forse dimenticare (?) quel che accade a Teheran fra pene capitali distribuite a chi viola la Sharia (78 persone nel mese di novembre) e le centinaia di ragazze fatte sparire, torturate e uccise, o che hanno accusato sintomi da avvelenamento respiratorio nelle scuole: in particolare 67 giovani di un liceo artistico femminile nella provincia di Zanjan, che richiamano tanto le storie raccontate nel film della Meddour, (alle ragazze venivano servite nelle colazioni dosi di bromuro da cavallo), in un inasprimento delle persecuzioni femminili che dura da 415 giorni. (dati da Il burattinaio del terrore di Massimo GianniniD di la Repubblica del 25/11/2023)  

La morte di Giulia Cecchettin ha scosso il paese e dato forza alle piazze: anche lei aveva il sogno di essere una creativa, disegnatrice di simpatiche colorate ragazze ideate nella propria ricerca esistenziale di giovane donna. La sua storia è diventata quella di tutte e di tutti coloro che l’hanno voluta abbracciare ma nella quotidianità l’argine alle violenze, anche parlando ‘solo’ di quelle italiane, è ancora labile. Poiché oltre il lavoro culturale e resistente, e di sostegno ai diritti, che deve essere continuo, perché continua è l’evoluzione della società civile, occorre mettere in campo risorse che alimentino la presenza dei centri anti violenza sul territorio e possano essere serbatoi di aiuto continuo alle donne costrette a scappare dalla propria casa. Infatti, quando una donna denuncia e decide di non tornare indietro, da sola o con i figli, si fa terra bruciata attorno: non può più tornare indietro, non può andare al lavoro perché marito o compagno potrebbero andare ad aspettarla: perde tutto, è costretta a nascondersi, anche se diversa la narrazione fatta finora da molte voci maschiliste, come anche da certa stampa oggi sotto osservazione (è di recente pubblicazione un breve filmato: il decalogo stilato per I cronisti: le parole da non usare mai). La donna perseguitata in famiglia deve difendersi anche dall’accusa di essere ‘una poco di buono’, una che ha distrutto la famiglia perché pensava a se stessa e forse aveva altre relazioni. Il fantasma di questi giudizi la segue come un’ombra. Lo sanno le donne scampate al femminicidio, che pure esistono, ri-vittimizzate e guardate con curiosità per scrutare se quanto loro accaduto si sia verificato a causa della loro avvenenza: il binomio avvenenza-gelosia maschile è ancora vergognosamente utilizzato, anche se solo suggerito sullo sfondo, quale movente nelle cronache di femminicidi.

Oggi, la formazione continua su reati contro le donne in quanto tali, ha portato a maggiore consapevolezza anche nelle forze dell’ordine, ma ieri, fino a pochi lustri fa, e forse accade ancora oggi da qualche parte, l’agente di turno che doveva prendere una denuncia per persecuzione o maltrattamenti, rispondeva con un sorriso di compassione alla malcapitata che denunciava invitandola a tornare ‘a casa, al sicuro’ da suo marito. Lo stesso raccomandava l’avvocato, uomo, chiamato a rappresentare la donna che desiderava separarsi che, ‘bonariamente’, consigliava di ripensarci; o il vicino di casa ‘paciere’ davanti all’evidente difformità di forze tra chi massacrava a calci e pugni e chi veniva massacrata.  Le testimonianze di agenti di polizia ascoltate in un recente convegno romano sul contrasto alla violenza di genere, hanno raccontato di come molti colleghi siano diventati sensibili alla violenza di genere e di come sia cresciuta la consapevolezza del dovere rispetto ad ogni cittadino in difficoltà al di là del sesso ma, le stesse voci, hanno raccontato anche di come i meccanismi per portare la donna in sicurezza fuori dalle mura domestiche o le misure come il braccialetto elettronico non funzionino sempre come dovrebbero. Ed anche, e qui torniamo all’impegno economico che un governo dovrebbe profondere, di come tante istituzioni con a disposizione risorse limitate non siano in grado di portare aiuto ad ogni situazione. Per quanto riguarda il delitto Cecchettin, una telefonata di denuncia dell’aggressione da parte di testimone oculare pare non sia stata presa nella giusta considerazione con le conseguenze che conosciamo e, per altro, i delitti non si sono fermati a quella notte, purtroppo.

I simboli, tutti, sono importanti, così come tenere alta l’attenzione, fare cultura del rispetto fra i generi, fra le persone, qualunque sia il loro portato esistenziale, ma far crescere le risorse a disposizione è il tema, adesso. (Serena Grizi)  

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