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Immaginate streghe, spiriti e folletti…

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Immaginate streghe, spiriti e folletti…

Immaginate streghe, spiriti e folletti…
Marzo 29
12:47 2013

(Serena Grizi) Streghe, spiriti e folletti L’immaginario popolare nei Castelli Romani e non solo di Maria Pia Santangeli – ISBN 9788898135080 Edilet – Edilazio Letteraria € 12,00   e-book disponibile: NO

Per leggere il bel libro di M. Pia Santangeli bisogna immaginare un tempo meno dispersivo di questo, meno intriso di faccende globali e tornare a questi nostri paesi dei Castelli Romani, da quelli montani (Rocca di Papa, Rocca Priora) a quelli che guardano il mare da dolci colline (Ariccia, Genzano, Nemi, Albano), fantasticando di un tempo in cui non c’era ancora la televisione. Preferibilmente d’inverno, quando luci meno violente di quelle odierne illuminavano, nemmeno bene, la piazzetta e la chiesa e, com’è comprensibile, per le strade spazzate dal vento gelido o dal nevischio, fattasi notte non s’incontrava più anima viva. Ma tutte le altre anime si; fantasmi, pantasime, anime sante pronte al soccorso dei viventi e streghe che, seppure usavano palesarsi a notte più fonda, potevano apparire al passante ‘ritardatario’ ai crocicchi (trivi e quadrivi) dai quali si spartivano le strade più solitarie fra l’ultima casa del paese e gli orti e le vigne circostanti. I folletti e i lengheri, invece, pare abitassero proprio assieme agli umani, spesso affezionati ad una famiglia specifica con la quale, se non si aveva l’accortezza di mantenere il segreto fino in fondo, potevano anche traslocare volentieri. Tutte le storie ci piace immaginarle ‘contate’ davanti alla fiamma viva di un camino, le famiglie e i vicini radunati per qualche festività o in una serata nella quale, semplicemente, si condivideva un bicchiere di vino. Ravvisabili, fra i tanti episodi, gli echi della letteratura colta che diventava mito per farsi popolare, o i racconti di antichi viaggiatori che elogiando luoghi o manufatti visti nel loro vagare, davano la stura a leggende sulla presenza o la simbologia benefica o meno di certe figure. I ‘cunti’ potevano prestarsi, a volte, a tracciare linee di demarcazione invisibili a protezione delle paure e dei tabù più diffusi: da quella del buio a quella per i luoghi solitari, ai limiti per mantenere l’onorabilità delle giovani donne (orari o posti disdicevoli etc.). Tutto questo nel libro è raccontato con una scrittura lieve come una piuma, impreziosita al punto giusto dall’uso di parole desuete o in dialetto che richiamano il lettore al luogo, i Castelli Romani, e alla dimensione di una provincia che si narrava (le storie provengono da tutta Italia) e che, pur evocando il mistero, usava dare un nome ed un ‘servizio’ specifico ad ogni figura, anche la più oscura, per quell’arte della pragmatica imparata dal quotidiano vivere. Non manca una puntata nel brigantaggio, che fu piaga anche per queste terre; le citazioni interessanti di molti autori, aiutano a chiarire le vicende laddove le testimonianze orali raccolte dall’autrice non possono diventare racconto per l’esiguità dei ricordi. Leggendo il libro si allena l’immaginazione pervasi, a tratti, da una grande dolcezza. Sì, perché la memoria solleticata torna a recuperare nomi e particolari dell’infanzia che si credevano dimenticati. E dopo la lettura, se ci si incammina nel bosco in penombra può anche sembrare che da dietro un masso muschioso, su per una strada dritta dritta…

 

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