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LA CHIUSURA DEI NEGOZI NEI CASTELLI ROMANI E LA PERDITA DI CAPITALE SOCIALE

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LA CHIUSURA DEI NEGOZI NEI CASTELLI ROMANI E LA PERDITA DI CAPITALE SOCIALE

LA CHIUSURA DEI NEGOZI NEI CASTELLI ROMANI E LA PERDITA DI CAPITALE SOCIALE
Novembre 08
11:32 2019

In tutto il paese, e non soltanto nei Castelli Romani, si stanno producendo nel commercio trasformazioni epocali. I negozi, che costituiscono una delle ossature delle nostre città non soltanto di natura economica, ma anche strumento essenziale nella costruzione del tessuto sociale dando senso di comunità e di appartenenza, stanno scomparendo dai centri storici, spiazzati dai supermercati e dagli acquisti su internet. I cittadini preferiscono andare in automobile nei centri commerciali per rifornirsi di ogni tipo di merce, e fare acquisti on-line a prezzi competitivi (magari dopo aver valutato l’articolo nel negozio). E’ il mercato, bellezza! E’ la legge che spiazza il rapporto umano, il consiglio esperto del commerciante che sa interpretare i desiderata del cliente sulla base di un’esperienza accumulata in lunghi anni e attraverso generazioni che in termini tecnici è definita “conoscenza tacita”, che va aggiunta a quella “codificata” dei cataloghi e delle schermate su internet. Basta farsi una passeggiata nelle vie principali dei nostri comuni e parlare con i commercianti: spesso le loro prospettive non sono nel senso dello sviluppo, della crescita, ma della lotta per la sopravvivenza in vista, non di rado, di una chiusura. La progressiva scomparsa di negozi sta producendo un senso di vuoto che è ben visibile, per esempio, nel centro di Marino, di Genzano, di Albano.

Ad Albano questo cambiamento epocale nella distribuzione ha inferto nell’ultimo periodo colpi durissimi all’identità ed alla storia della città con la chiusura di vari negozi con alle spalle una illustre storia centenaria. E’ interessante notare che, parallelamente alla chiusura di negozi e di botteghe artigiane, sono nate come funghi attività per la cura della persona: trattamento delle unghie, tatuaggi, estetica, barberia (le teste degli albanensi sono sempre 42.000, calvi inclusi), trattamento estetico-igienico degli animali come cani e gatti. Per non parlare dei bar, aumentati in maniera sorprendente. Dunque, alla chiusura di iniziative commerciali che forniscono risposta alle necessità primarie dell’uomo, corrispondono nuove attività che, nella scala di Maslow, soddisfano bisogni definiti “di autorealizzazione”. Evidentemente siamo sufficientemente ricchi da permetterci di dedicare parte delle nostre risorse ad obiettivi non strettamente “necessari”, tipici della società affluente, che i nostri genitori e nonni nemmeno si sognavano.

Siamo dunque di fronte ad un fenomeno che produce un mutamento profondo dell’assetto urbano e dei rapporti alla base della convivenza della comunità, fenomeno a cui non ci si può opporre con un atteggiamento oscurantista, ma che va opportunamente gestito. Il punto è: perdendo necessariamente alcuni elementi costituivi e tradizionali, si produrrà un vuoto o se ne creeranno di nuovi? E quali? E tali mutamenti vanno lasciati al gioco della concorrenza, spesso determinata a livello mondiale, o possono e devono essere gestiti, guidati, accompagnati dalla politica locale?

Poniamoci una domanda specifica: i locali che nel passato erano adibiti a rimessa dei carretti con annesso somaro (censiti al Catasto come C2) e che sono diventati i negozi che oggi conosciamo (C1), torneranno ad essere locali di deposito, magari autorimesse?

Il tema è cruciale ed eminentemente politico. Non risulta che le amministrazioni locali lo stiano affrontando con analisi, studi, proposte, azioni concrete, coinvolgendo gli attori direttamente coinvolti nella trasformazione. Tutto procede con una “spontaneità” senza guida che verosimilmente condurrà ad un peggioramento della situazione, ad una perdita non soltanto di reddito e di occupazione, ma di quello che viene definito capitale sociale (i negozi e le botteghe artigiane sono punti di aggregazione, di mantenimento e di accrescimento dell’identità di una comunità, di elaborazione e della trasmissione della tradizione, e sono dunque un bene pubblico). Nel caso di Albano sarà interessante sentire cosa hanno da dire e da proporre su un tema così importante i candidati alle prossime elezioni del sindaco e del consiglio comunale.

 

 

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