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Natale Sciara – “Dentro l’uragano” di Franco Campegiani

Natale Sciara – “Dentro l’uragano” di Franco Campegiani
Gennaio 25
15:18 2022

“Dentro l’uragano”, Pegaso Edition, è l’ultima silloge poetica di Franco Campegiani, nella quale si ritrovano gli echi di tutto ciò che l’autore negli anni è andato esprimendo nelle precedenti opere sia in poesia che prosa con i suoi saggi d’impronta filosofica. Introdotta da una magistrale prefazione di Aldo Onorati, in questo gruppo di composizioni poetiche c’è tutto Campegiani, il poeta contadino che non ha voluto tradire l’amore per la terra e la natura derivatagli dai suoi avi, anzi trovando in loro le motivazioni profonde della sua poetica.

Una raccolta di grande suggestione, dal ritmo coinvolgente sul piano emotivo, nella quale sono contenute in metafore riflessioni sulla vita nel suo svelarsi alla riflessione filosofica e sociale.

In queste composizioni c’è espresso oltre che l’amore per la terra e la natura anche la nostalgia per una società nella quale la campagna pur essendo ancora necessaria come del resto lo sarà sempre, sembra aver perso il suo peso centrale nell’economia consumistica. La terra esiste ancora sembra dirci il Nostro, ma è la società che è cambiata profondamente in rapporto ad essa. È un canto d’amore e di passione quello di Franco Campegiani per la terra e la natura anche essa ospitata al pari degli esseri viventi, e il suo lavoro di vignaiolo ne è la testimonianza. Un canto di attaccamento alle origini che egli attraverso la scrittura sembra voler fare sua impossessandosene in un afflato poetico sentimentale, un mondo che egli definisce barbarico e nello stesso tempo innocente.

Ma, il suo, è anche un canto di speranza e di fede nel suo destino legato al pianeta terra proiettato in una visione universale.

È una voce poetica la sua che sembra avere un tono profetico che si fa canto risolto in immagini metaforiche che sembrano riecheggiare dal profondo dell’essere che cerca le ragioni del proprio mistero nel quale è immerso e ne avverte lo svelarsi in un pensiero labirintico appartenente all’inconoscibile. Un pensiero che si dibatte nella filosofia dei contrari e dell’eterno ritorno. Una parola che si fa eco profondo di un vivere che lotta tra l’aspirazione ad una verità assoluta e i confini del pensiero umano che pur avverte nel suo limite legato all’immanente una grandezza intelligibile aperta all’ipotesi di una realtà inconoscibile dalla quale è escluso. Campegiani indaga sul reale giostrando con abilità sulle apparenze che alimentano il vivere e con esso le convinzioni e le azioni umane.

Un bel libro che fa riflettere oltreché offrire il piacere della lettura, e non è poco per un libro di autentica poesia che vien voglia di rileggere in continuazione. Per me che vengo da altri luoghi e da altre esperienze di lavoro, conoscere la vita e la cultura dei Colli Albani rappresenta la scoperta di un mondo fascinoso, che tra l’altro mi ha molto ispirato, e questa silloge rappresenta un momento importante per la sua conoscenza ed approfondimento.

Ma c’è molto altro da dire di Franco Campegiani e di questo libro che a mio parere vuole essere il testamento spirituale di un poeta che ha partecipato attivamente alla vita sociale da protagonista favorito anche dalla sua attività di critico molto stimata. Come pure da queste pagine viene fuori l’uomo Campegiani tenace, forgiato dalla dura vita dei campi all’aria aperta e dalla fatica che nella cultura e la scrittura trova uno sfogo e la gratificazione derivati da una vocazione autentica che lo ha portato ad ottenere importanti riconoscimenti, non per niente il libro contiene anche riflessioni sull’arte e pagine dedicate a letterati. Un libro fortemente legato alla vita dei Castelli Romani con i vicoli e le vigne anche se la riflessione filosofica e sociale dedicata a letterati appartiene ad ogni essere umano in generale, e perlopiù introdotto come ho già detto da Aldo Onorati anch’esso espressione della cultura contadina dei Colli Albani rappresentata in molti suoi libri. Una visione esistenziale,quella di Campegiani, basata sull’unità di ogni cosa che si alimenta negli opposti, “ordine e caos”, perfino “il bene e il male hanno bisogno l’uno dell’altro”, come pure “il bianco e il nero”, “il bello e il brutto”; fino ad arrivare a vedere diviso sé stesso “amico e nemico” dalle tante identità. Tutto si traduce in “fratellanza di chiari e scuri”, e la fede fa suo anche il dubbio.

Sono momenti di alta poesia quelli che l’autore propone in una riflessione intorno alla sua esperienza esistenziale che si rinnova attraverso il nipotino Sirio al quale dedica tenerissimi versi in “Si fa nuovo il mondo”.

Ma ci sono anche brani dove l’essere umano viene definito “gente anonima, ombra, vuoto simulacro nell’anonimato della città che rende soli nel dolore e l’angoscia del vivere”.

Dopo un libro come questo mi chiedo se c’è ancora spazio per una concezione del tempo lineare e quindi per le religioni che hanno la pretesa di ritenersi rivelate e che eppure rappresentano una istanza metafisica legittima.

Una riflessione dalla quale si potrebbe dedurre che tutto alla fin fine è rivolto al bene.

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