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National Book Awards 2011: vince Jesmyn Ward

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National Book Awards 2011: vince Jesmyn Ward

National Book Awards 2011: vince Jesmyn Ward
Dicembre 17
00:00 2011

Vince Jesmyn WardLo scorso 16 novembre sono stati assegnati a New York i National Book Awards. I premi sono andati a Jesmyn Ward per il romanzo Salvage the Bones, pubblicato da Bloomsbury USA, a Stephen Greenblatt per il saggio The Swerve: How the World Became Modern (W. W. Norton & Company), a Nikky Finney per la raccolta poetica Head Off & Split, edita dal TriQuarterly (Northwestern University Press) e a Thanhha Lai con Inside Out & Back Again (Harper Collins) nella sezione Letteratura per ragazzi. All’ottantaquattrenne poeta John Ashbery è andato il premio alla carriera. Per la prima volta la serata del secondo più prestigioso premio annuale letterario (dopo il Pulitzer) è stata trasmessa in diretta dal sito web della Fondazione: http://www.nationalbook.org/ .

A ciascun vincitore va un assegno di 10.000 dollari. Quest’anno la National Book Award Foundation ha conferito due dei cinque premi maggiori a donne afroamericane (Ward e Finney). Con particolare calore è stato accolto il discorso di ringraziamento di Nikky Finney, incentrato sul rapporto tra razza, scrittura e lettura. Va notato che il premio per la Letteratura per ragazzi è stato anch’esso assegnato ad una donna, l’esordiente Thanhha Lai, nata nel 1965 in Vietnam ed immigrata con la famiglia in America alla fine della guerra. Solo due dei cinque premi sono andati a scrittori bianchi nati in America, peraltro entrambi famosissimi. L’assegnazione del premio più prestigioso, quello per la narrativa, a Jesmyn Ward è stata una vera sorpresa. Ward, al suo secondo romanzo, non figurava, per dirne una, neppure su Wikipedia, che si è affrettata ad aggiungere un articolo stringato che dice pochissimo. Il suo romanzo Salvage the Bones è stato ampiamente trascurato dalla critica americana. Non era stato recensito, tra gli altri, né dal New York Times, né dal Los Angeles Times e tantomeno da Salon.com, neanche dopo esser stato selezionato nella rosa dei cinque finalisti, come invece ha fatto, senza troppa fretta, il Washington Post. Ward, trentaquattrenne, è nata e cresciuta in Mississippi, ed è professoressa associata di scrittura creativa alla University of South Alabama. La vita di uno scrittore non è facile, e lei ne è un esempio. Prima di venir selezionata tra i finalisti del National Book Award, così rispondeva su Twitter a una utente che si lamentava del suo romanzo: «Sì, signora mia. Lo so che dovrei smetterla perché sono arrabbiata. Bene, pensa pure che la mia prosa sia una merda. Ma non insultarmi dicendo che la mia attenzione ai dettagli delle vite dei personaggi li deumanizza quando ogni fottuta parola della mia prosa lotta per umanizzarli.» Era lo scorso 10 ottobre, due giorni prima della nomination. Ancora in agosto la giovane autrice invitava a comprare Salvage the Bones sul suo anonimo e trascurato blog, perché per uno scrittore che abbia dedicato anima e corpo per scrivere un romanzo il solo fatto che resti in magazzino è una sconfitta umiliante, che può portarlo a non scrivere più. Ward aveva pensato davvero di smetterla di scrivere, finché non morì il fratello investito da un’automobile. Questo suo secondo romanzo, così prestigiosamente accolto, racconta la storia di Esch, una quattordicenne afroamericana incinta che, poco prima dell’annunciato Uragano Katrina, va alla ricerca di cibo coi suoi tre fratelli. È una storia di protezioni reciproche, ambientata in Mississippi, con un padre ubriacone che non si cura dei figli, mentre la furia degli elementi s’avvicina. La narrazione copre un arco di dodici giorni e culmina, appunto, con l’arrivo di Katrina. Ward stessa si trovava in Mississippi in quel periodo. La sua è una narrazione esperienziale, o, come lei stessa ha tenuto a sottolineare: «[volevo raccontare] le esperienze dei poveri e dei neri e della popolazione rurale del Sud.» E ancora: «Entrammo nella tempesta, riparandoci per ore in macchina, ci venne negata l’ospitalità da una famiglia di bianchi che ci dissero che avremmo potuto sederci di fuori nel campo, ma non ripararci a casa loro, poi ci avventurammo ad un incrocio dove un’altra famiglia, anch’essa di bianchi, ci fece entrare.» La vergogna di questo vivido e triste ricordo, reso da Ward alla Associated Press, non si riferisce alla depressa America raccontata da Steinbeck negli anni Trenta, ma all’America del 2005. Questo va sottolineato.

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