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#Nonleggeteilibri – A capo scoperto di Maria Lanciotti

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#Nonleggeteilibri – A capo scoperto di Maria Lanciotti

#Nonleggeteilibri – A capo scoperto di Maria Lanciotti
21 Marzo
17:13 2018

A capo scoperto di Maria Lanciotti, Edizioni Controluce 2018 Collana: Narrazione Autobiografica (Prima Edizione L’Almanaccone impertinente nov. 2017 Labos Editrice) € 8,00 isbn 9788895736648 e-book NO

Il primo capitolo del libro, un intenso momento di crisi vissuto anche fisicamente dalla protagonista nell’attesa del sacramento della penitenza, autorizza il lettore a pensare che proprio da quella crisi scaturirà una storia nuova, un contraddittorio con tutto ciò che la religione cattolica, il credere, i credenti, i riti, avevano rappresentato per una giovane donna con già alle spalle un bel pezzo di vita vissuta. Il senso di oppressione si vive in tutta la scena e chissà perché, leggendo, si pensa che sia una bimba che sta affrontando il momento, perché persino la formulazione dei pensieri pare ancora risentire di quella educazione cattolica apostolica romana. È sorprendente scoprire, invece, che si tratti di una donna.

A capo scoperto sembra, invece, in un primo momento, percorrere altre strade, in particolare fra le memorie d’un passato catechistico che l’autrice pare voler trasferire al lettore con puntualità per motivi che non conosciamo ma che possiamo solo provare ad intuire. Quel passato, quegli anni, coincidono con una infanzia non facile: le contraddizioni avvertite dall’autrice nella sua educazione cattolica, scolastica e familiare, la prematura scomparsa del padre uomo credente e gran lavoratore. Quel corredo di letture, preghiere, conoscenze liturgiche e riti di cui la protagonista è portatrice, una volta riconosciuto come bagaglio culturale, rivive nel racconto come testimonianza, scomoda, ma utile a tracciare i contorni di un’epoca. Le difficoltà di un passaggio ‘stretto’ fra regole, richieste di virtù e sentire personale, soprattutto in una bambina e poi in una adolescente fin lì forgiata all’obbedienza e all’umiltà, divengono un telo che avvolge molti ricordi, ma anche l’emblema di una mentalità che andava superata.

Il lettore ideale di questo narrato può essere un cattolico critico, un cattolico tuttora fervente, un agnostico, un lettore che ‘cerca’: che rintraccia in queste pagine gli stessi dubbi, le stesse domande (‘frutto del diavolo’ come dicono le suore) che egli stesso ha rimuginato nella propria testolina di bimbo/bimba e poi, con più forza e altro linguaggio, in quella di adulto: domande e dubbi che si ripropongono anche davanti alle guerre, ai delitti, alle umane cattiverie che ogni giorno ognuno di noi conosce attraverso l’informazione condivisa, ma domande lecite anche semplicemente osservando una realtà molto più ristretta come quella del vissuto quotidiano. Allo stesso tempo il lettore potrebbe rilevare che riti, feste comandate, mondo contadino che cominciava ad inurbarsi nel secondo dopoguerra, sono un groviglio affettivo difficile da dipanare per vederci chiaro dentro specialmente una volta provata la sensazione che, allora, tutti si stava immersi in un ‘rassicurante’, a tratti claustrofobico se si vuole, e non del tutto comprensibile, universo religioso: anche gli errori sconfortanti, piccoli o grandi che fossero, si commettevano ‘per colpa del diavolo’, il quale ha ancora una collocazione accanto al divino, più che per colpa del ‘nulla’ che oggi sembra pervadere quell’umanità di perversioni e delitti.

La lettura è ‘sobillata’, almeno in apparenza, dal tema d’una ricerca di libertà o d’un equilibrio (D-io) ben tratteggiato da un prelato che doveva saperla lunga perché già impegnato nella propria difficile ‘ricerca’. Ma emergono altre domande: cos’è la Chiesa e qual è la sua (vera) morale intrinseca? Cos’è la libertà in sostanza: quella di accettare il dio proposto come unico o quella di non avercene alcuno? E se si dicesse che non esiste alcun dio di tutta questa libertà cosa farsene: nel caso, tradendo gli insegnamenti religiosi, potrebbe accadere di tradire se stessi, per farsi paladini di qualche altra cosa che non si sa bene cosa sia? Negli anni del racconto nei quali la protagonista è già adulta, si affacciavano fra le pieghe della storia l’impegno civile e politico anche femminile, nuovi diritti (divorzio e aborto) e i cambiamenti, cozzando con una morale religiosa ancora fortissima, non potevano che generare altri dubbi. L’autrice fa molti tentativi per chiarire i propri tormenti interiori spesso ricorrendo a consiglieri religiosi, probabilmente ancora fiduciosa nella Chiesa. L’amore per le letture, sparse e onnivore all’inizio, poi sistematiche e mirate, oggetto di studio, diverrà un sistema per sviluppare una maggiore libertà di giudizio. Fra le pagine si coglie la portata dell’esperienza personale e quella del cambiamento innescatosi seppure non se ne conosce ogni dettaglio.

Il libro non è di facilissima fruizione proprio in virtù dei molti riferimenti storico-religiosi contenuti, per la protagonista altrettante tappe di formazione personale e culturale che tocca, di volta in volta, riconciliandosi con la religione o discostandosene, ma il racconto e lo stile sono del tutto godibili. Il narrato non emerso nel libro, liquidato con poche righe che intercalano in almeno due o tre occasioni il testo, è quello che manca perché A capo scoperto divenga un racconto compiuto? Non lo sappiamo, queste scelte rientrano nell’ambito creativo dell’autrice.

È storia, ormai, che anche le scuole di matrice religiosa cambiarono rotta già dalla metà degli anni ‘70: l’educazione cattolica perse piede fin dentro casa propria lasciando nei suoi allievi (ancora oggi?) una buona base di studi, discreta educazione formale, ma quasi nessuna affezione ai riti religiosi, nessun richiamo al credere a meno che non si venisse già da famiglia dichiaratamente religiosa praticante.

La generazione seguente la racconta, in oltre milleduecento pagine, La scuola cattolica di Edoardo Albinati: quartiere Trieste, anni ’60. La scuola cattolica dà al Paese scrittori fra cui Albinati e Marco Lodoli, ma anche piromani come Arbus e criminali come Izzo, Ghira e Guido. L’autore trascina il lettore in territori sconosciuti, reiterando passaggi e richieste d’attenzione al fine d’essere seguito fino in fondo, dando molto di se stesso per chiedere tanto al lettore (ma anche qui, non potremo conoscerne le reticenze…).

Con A capo scoperto Maria Lanciotti ha voluto dare questo contributo: a tratti sembra di poter rubricare il racconto fra quei sogni inquietanti, pieni di simboli che l’autrice narra di aver fatto nei suoi momenti di passaggio esistenziale: luoghi, accadimenti ricchi di significato ma non così espliciti. Così il racconto, alla fine, continua a racchiudere in sé un mistero. (Serena Grizi)

 

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