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Il quinto stato

Aprile 13
22:00 2011

Nerovestito avanza compatto il plotone. Espressione proterva e andatura marziale. Armato di tacchi a spillo e tubino nero fasciato, si dirige deciso sull’obiettivo: lo yacht del riccastro/politicante di turno. Azione? Coca-party di rito, più attività aggiuntive. E ci perdoni Pellizza da Volpedo se abbiamo parafrasato il suo celebre titolo. Perché il popolo che avanza nella scena che abbiamo voluto prendere a chiave di tutto il film non è il proletariato, ma un nutrito manipolo di escort (oggi si usa dire così, ma lo sapevate che dietro l’esotismo eufemistico c’è il latino, in cui suona scortillum, diminutivo da scortum, e che anche il povero Cicerone in una Catilinaria ci parla indignato di una «scortorum cohors praetoria», “schiera di cortigiane come coorte pretoria”? beh, è noto che, ai tempi suoi, i costumi a Roma non erano molto migliori dei nostri!). Insomma le nostre signorine, almeno una dozzina (ma in certi ambienti si vendono come le rose, solo a dozzine), avanzano, e in prima fila c’è lei: Alice, operatrice dilettante del settore con l’accattivante nome d’arte di “Morena”, precisato dall’attributo “torbida”, per lasciar ben sperare i futuri clienti. Introdotta al “mestiere” dalla ben più esperta (e meglio all’uopo attrezzata) Eva, la povera Alice è stata costretta a tanto dopo esser precipitata dal suo status di nuova ricca, con villa con piscina, personale di colore ecc., in conseguenza della morte improvvisa del consorte. Questi infatti, “geniale” imprenditore, ideatore della tazza (WC) a due piazze, stordito dopo un incontro di sesso extraconiugale, si schianta in moto, lasciando Alice vedova inconsolabile, nonché indebitata fino al collo per le sue spericolate manovre finanziarie. Spariscono così di colpo villa con piscina, falsi amici e gli altri orpelli, e Alice si vede costretta ad abitare col figlioletto in un lavatoio umido e a frequentare altri poveracci come lei. Ma sarà proprio tra questa umanità, che nella vita precedente Alice ignorava o bistrattava con la volgarità dell’incolto che maneggia denaro recente, che la donna troverà amici veri, e anche l’amore (un Raul Bova, immutabile icona di se stesso, con l’espressività di un “botulinato”). Il quale senza difficoltà scoprirà il segreto della doppia vita cui Alice si è vista costretta. Ma il perdono finale, giunto dopo che egli stesso si è trovato a sperimentare il bisogno, e la dipendenza dal denaro altrui, riporterà all’inevitabile lieto fine questa commedia, Nessuno mi può giudicare, firmata da Massimiliano Bruno. Piuttosto scontata, per la verità, per schema narrativo e morale finale, ma colorita da una duttile e vivacissima Paola Cortellesi (Alice), nonché da una serie di bozzetti di genere nella rappresentazione dei clienti e delle loro perversioni, dall'”educazione severa” (come usava dire nelle “case” d’antan), al travestimento, alle immancabili “sostanze”.

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