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“Io sono tutto ciò che fu….”

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“Io sono tutto ciò che fu….”

“Io sono tutto ciò che fu….”
Novembre 17
14:47 2013

Quella sono io vignetta di Roger LathamSulla statua posta alla tomba di Iside vicino Menfi
“Io sono tutto ciò che fu, ciò che è, ciò che sarà e nessun mortale ha ancora osato sollevare il mio velo” O Profeta! Dì alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli (jalabib); questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e a che non vengano offese. Ma Dio è indulgente clemente! (Cor., XXXIII:59). E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare;

di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi, sì da mostrare gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, o credenti, affinché possiate prosperare. (Cor., XXIV:31)

Hijāb, chādor e Burqa sono i diversi tipi di velo che contraddistinguono i paesi arabo-musulmani.

L’ Hijāb (dalla radice h – j – b che significa celare, nascondere allo sguardo) è quel velo che in principio sottraeva un oggetto dalla vista, isolandolo. Attraverso questo drappo di seta “il pubblico veniva separato dal privato” e il califfo poteva in questo modo preservarsi da sguardi inopportuni. Ciò che è nascosto alla vista è un bene prezioso che necessita un’adeguata attenzione e livello di conoscenza per poter essere scoperto.

La “rivelazione del velo” si fa risalire al versetto 53 della sura 33. Muhammad, sposatosi con la cugina Zaynad, non riuscendo ad allontanare gli ospiti presenti nella casa decide di creare, attraverso un sitr, uno spazio privato lontano da occhi indiscreti: “Quando chiedete ad esse (le mogli del Profeta) un qualche oggetto, chiedetelo da dietro una cortina: ciò è più puro per i vostri cuori e per i loro”.

Il termine Hijāb si diffuse in Egitto grazie ai Fatimidi prima di quel momento infatti se ne ritrova traccia solo fra la dinastia dei califfi Omayadi. Esso fu usato all’interno del Corano con molteplici significati: barriera che impedisce al credente di vedere Allah durante la rivelazione (Corano, XLII, 51); velo con cui Maria, madre di Gesù, si ripara dagli sguardi indiscreti della propria gente (XIX, 17); barriera che separa i dannati dai beati nel giorno del Giudizio (VII, 46); “velo” della notte che avvolge il sole al tramonto (XXXVIII, 32) e buio che ottenebra il cuore e i sensi degli empi (XLI, 5). Originariamente esso fu simbolo di invulnerabilità ed indossato nei momenti di meditazione. Al principio, solo le mogli di Muhammad potevano portare il velo (darabat al-hijab: ella mise il velo cioè sposò il Profeta; XXXIII, 59) distinguendosi in questo modo dalle altre donne, in particolare dalle concubine. Alle “spose del Profeta” veniva riconosciuto un immenso rispetto da parte dei fedeli e ad esse era fatto divieto di unirsi ad altri uomini anche qualora fossero rimaste vedove.

Dopo questa prima fase,l’hijab divenne la veste utilizzata quotidianamente dalle donne iraniane per indicare il loro passaggio dall’infanzia alla pubertà. L’hijab proteggerebbe la donna da tutti gli uomini che non siano il marito contribuendo alla stabilità della famiglia e del matrimonio. Porre un velo fra la donna e l’esterno verrebbe inteso come un invito a focalizzarsi sulla personalità della donna e non sulla sua bellezza fisica.

Si è ritenuto opportuno proseguire questo “cammino” fra i veli dell’Islam cercando di acquisire quante più conoscenze possibili relative all’argomento trattato per non incorrere in facili “errori intellettuali”.

Probabilmente, il modo migliore per comprendere qualcosa di cui si ha scarsa conoscenza è proprio quello di avvicinarvisi senza avere la presunzione di giudicarlo. Queste parole, forse, potranno far riflettere: “Nel mondo occidentale l’hijab è diventato il simbolo di un forzato silenzio o di una militanza radicale e senza scrupoli. Di fatto, non è né l’uno né l’altro. Esso è semplicemente un modo per la donna di affermare che la sua persona fisica non svolge alcun ruolo nell’interazione sociale. Indossare l’hijab mi ha fornito la libertà da un’attenzione costante al mio fisico. Poiché la mia apparenza non è soggetta a scrutinio, la mia bellezza, o forse una parte di essa, è stata rimossa dalla realtà di ciò che può essere legittimamente discusso.” (Nahid Mustafa, musulmana canadese).

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