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ROMANO ‘E SOSO’

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ROMANO ‘E SOSO’

ROMANO ‘E   SOSO’
novembre 19
23:10 2016

 

Romano ‘e Sosò

 

Era facile incontrarlo nelle strade e vicoli di Rocca di Papa sul suo furgoncino Fiat 850 grigio con il quale consegnava a domicilio bombole del gas e detersivi. Somigliava a Silvio Noto, attore e presentatore degli anni ’70: amico di tutti, lo sguardo bonario, con un berretto di lana calato un po’ in avanti sulla lucida testa rotonda, sempre pronto al sorriso, pur con un’aria a volte burbera e seria che lo faceva sembrare accigliato e un po’ ombroso, forse anche a causa della sua carnagione scura. In realtà era un uomo dal cuore d’oro, sempre disponibile: a lui ci si rivolgeva soprattutto quando, a seguito di una caduta o un accidentale trauma, un arto era messo fuori uso.

Va’ po’ a chiama’ Romano ‘e Sosò e dije che stu riazzu ‘n po’ move u racciu …

Non si faceva certo pregare: andava, osservava, sfiorava appena e immediatamente comprendeva se era il caso di metterci mano o raccomandare all’infortunato di andare in ospedale per una radiografia. Aveva scoperto di possedere questa capacità di rimettere le ossa e generosamente si metteva a disposizione di chi avesse avuto bisogno. Con i bambini poi dimostrava una grande pazienza: li vedeva piangenti, spaventati, ma li rassicurava sorridendo, donando caramelle – le sue tasche erano sempre piene di dolciumi – e intervenendo con una delicatezza tale che, nel momento dell’inevitabile dolore della manovra, tutto era già concluso. Sdrammatizzava la situazione con immediati massaggi in altre parti e il dolore si affievoliva.

Era nato il 7 dicembre 1926 a Roma dove sua madre Laura lavorava in un albergo al centro:  sapendo che a Rocca di Papa non c’era un ospedale, volle farlo nascere al Policlinico…   vero Romano de Roma, con un cognome tutto rocchegiano, Gatta.

Romano ‘e Sosò aveva ereditato questo soprannome del bisnonno paterno Vincenzo Gatta, detto appunto Sosò, perché sapeva cavarsela in ogni occasione, sapeva come si viveva nel mondo…  Si tramanda in famiglia che questo avo, nato intorno alla metà dell’Ottocento, persona in gamba, sveglia e intelligente, avesse escogitato un sistema originale per sbarcare il lunario: riscattava in tribunale le cause perse e, facendo ricorso, quando le vinceva, incassava denaro. Pare che una volta osò sfidare lo stesso Santovetti, possidente di Rocca di Papa su chi avesse a disposizione più soldi liquidi, precisando che non contavano le proprietà boschive e i terreni – avrebbe perso in partenza – ma solo quelle che lui chiamava “le carte morelle”, probabilmente dal colore scuro delle banconote.

Raccontava : – Con le terre vinceva Santovetti, con le carte morelle io.

Era un carbonaio nonno Vincenzo, abituato a cavarsela con le avversità della vita: una volta un fulmine colpì e mandò in fumo ben sette carbonaie che aveva in un terreno di proprietà a Velletri. Un brutto colpo per le sue finanze: fortunatamente la moglie Genuina, diminutivo di Eugenia, aveva messo da parte un po’ di risparmi che gli permisero di risollevarsi e riprendere la sua attività. Come tanti rocchegiani dell’epoca, Vincenzo gestiva anche un’osteria con la quale portava avanti la sua numerosa famiglia: tre figli di primo letto, tre con ‘Ngnesina ‘ntinta all’ojo, sposata in seconde nozze una volta rimasto vedovo.

Domenico, il papà di Romano, era figlio di primo letto: socialista di Nenni, era considerato all’epoca un sovversivo, ma aveva combattuto durante la prima grande guerra a Caporetto, nel Carso, nella Carnia. Diceva ai figli e ai nipoti, ricordando quella crudele carneficina:

– Quella era guerra, l’assalto con la baionetta, ora con le bombe sono tutti bravi…

Proprio perché suo padre era un socialista, durante il Ventennio a Romano venne negata la possibilità di indossare l’uniforme dei Balilla che tutti i suoi compagni di scuola – frequentata fino alla terza elementare -sfoggiavano durante le adunate. A sedici anni volle partire volontario per la guerra in Albania con il Battaglione San Marco: suo padre era contrario, lui minorenne, ma deciso al punto di pagare una persona perché riproducesse la firma genitoriale sul modulo di domanda.

“Battaglione del Duce, battaglione…” cantava con gli altri alla partenza. L’entusiasmo si ridimensionò ben presto quando venne fatto prigioniero e di tutta quell’avventura, ricordava soprattutto la grande fame patita: gli davano, raccontava, una cipolla da dividere con altri tre compagni e il suo quarto spesso lo barattava con una sigaretta. Se la prendeva con i traditori, quelli che, mandando al fronte pallottole riempite di segatura, erano causa della sua prigionia con gli Inglesi. Ricordando il periodo militare, Romano diceva: – La guerra, solo chi l’ha fatta lo può dire! – lasciando intendere tutti i patimenti e le sofferenze sopportate…

Tornato a casa, sua madre, vedendolo ossa rivestite di pelle, cercò di nutrirlo con la poca carne che riusciva a rimediare, dividendola con l’altro figlio Vincenzo, seriamente ferito dallo scoppio di una bomba che incautamente cercava di maneggiare come tanti ragazzini dell’epoca. Si sentiva trascurata l’altra figlia Ines che, pur affamata, doveva fare a meno della sua razione di carne. Erano Romanuccio e Vincenzino che in quel momento avevano più bisogno di cure e attenzioni.

Era originaria dell’Abruzzo la signora Laura, dalla quale Romano aveva ereditato la carnagione scura: raccontava ridendo che quando era nato, neonato con la pelle nera, grinzosa e tanti capelli, non propriamente quel che ogni mamma sogna di aver tra le braccia. Quando un’infermiera per errore le portò un altro bambino chiaro e paffutello per allattarlo, lei solo per un attimo immaginò fosse il suo… Fortunatamente, diceva, allattandolo divenne bello e cicciottello. Per la sua nascita, come per quella di Vincenzo, raccontavano, presero il sussidio di 500 lire che lo Stato dava per i figli maschi.

Durante la seconda guerra mondiale Domenico aveva fatto amicizia con un soldato tedesco, Denti d’oro: quest’uomo gli regalava il pane di segale delle pagnotte gemelle che non si sa bene perché venivano scartate e non date in pasto alla truppa. Il buon Domenico mandava i figli Romano e Ines alle Grotte Cave tra gli sfollati a portare pezzi di pane, raccomandandosi che fossero stati dati prima ai bambini, poi alle donne in gravidanza, poi agli anziani, alle donne, infine a tutti gli altri. Fu Denti d’oro che regalò a Romano una cucciola di pastore tedesco, Ghira, che fu sua compagna di affetto e amicizia fino al ’56: era una bestiola socievole e volentieri permetteva ai bambini di “salire a cavallo” reggendosi al pelo e li portava in giro facendoli divertire sognando di essere cowboy.

Cresciuto alla dura scuola della vita forte e muscoloso, Romano da ragazzo accompagnava su una carriola a sfere la mamma e la sorella Ines da Rocca di Papa a Cisterna: là le lasciava per raccogliere il grano rimasto nei campi dopo la mietitura, poi tornava a riprenderle riportandole a casa con i sacchi di farina ricavata dal loro lavoro di ripulitura del terreno.

Giovanotto, Romano aveva sì un fisico asciutto, giocava a pallone – tifava Roma – tirava di boxe, ma vista la carenza di carne, spesso si alimentava con enormi piatti d’ insalata che si sa, non costituisce esattamente un alimento energetico; infatti, sul ring combatteva con coraggio, aveva tecnica e capacità, boxava con forza, ma la resistenza era condizionata da quell’ alimentazione non propriamente adatta a un pugile, per cui gli incontri spesso finivano con una sconfitta, a volte prima del gong finale. Una volta affrontò nel Parco comunale il campione olimpico Bandinelli, in quel periodo villeggiante a Rocca: fu una prova di coraggio e, pur sconfitto, per Romano fu lo stesso una vittoria.

Romano indossò le prime scarpe vere quando era grande: chi lo conosceva ricorda che era una forza della natura, correva su per il Corso Costituente a piedi nudi e aveva l’agilità di un primate.

Conobbe a Roma – dove lavorava come carpentiere – e si sposò nel 1955 con Silvia Iannucci di Segni: il loro matrimonio fu allietato dalla nascita di Giovanna, Simonetta e Roberto. Tempo dopo, per sei mesi andò in Germania a lavorare come operario alla Volkswagen a Wolfsburg. Tornando, rilevò il negozio di Rosalinda in Corso Costituente e si diede al commercio. Vendeva casalinghi e bombole del gas, portandole a domicilio con il suo furgoncino . Lo accompagnava, inseparabile, Tombolino, un vivacissimo meticcio di piccola taglia. Amava gli animali Romano, raccontava che quando era ragazzo un pastore gli aveva regalato una pecorella chiamata Pasquale, che stava con lui e la sua famiglia come fosse stata un cane. Quando, troppo grande, non era stato più possibile tenerla con loro, suo padre Domenico l’affidò a un altro pastore a condizione che fosse lasciata libera di scorrazzare tra i simili e si fece promettere che mai l’avrebbe macellata. La promessa fu mantenuta: spesso andavano insieme a controllare, chiamavano la pecora per nome e dal gregge lei si avvicinava muovendo festosamente la coda. Morì di vecchiaia… una pecorella fortunata.

Una volta, prima del furgone, acquistò una Fiat 600 Multipla usata e i primi tempi girava con una provvisoria targa di cartone; ironico diceva: – Esso, l’unica cosa che tengo de novo è ‘sta targa de carto’ ! –

Frequentando le palestre e gli ambienti sportivi, ad Ariccia e a Rocca di Papa Romano divenne massaggiatore delle due squadre, la mitica Gialla rocchegiana, perfezionando quell’abilità innata che mise sempre a disposizione di chi avesse bisogno, gratuitamente, a volte rimettendoci di tasca propria. Capitava spesso che mandasse i figli a comprare pomate e fascette per aiutare chi s’era infortunato, altre volte se le faceva segnare, prescrivere dai medici di turno. Non voleva soldi, a volte accettava di essere pagato con prodotti della natura: vino, uova, frutta… sigarette. Per i suoi massaggi usava borotalco e, in caso di lussazione, immobilizzava la parte rimessa a posto, con ingessature fatte con stoppa bagnata in acqua o chiara d’uovo montata a neve.

La sua attitudine era apprezzata anche dai medici: talvolta qualcuno di loro, prima di inviare il paziente a fare la lastra, consigliava di farsi vedere da Romano che era infallibile nel capire se poteva intervenire o se invece il paziente doveva andare in ospedale. Onesto, probo, la fiducia che tutti riponevano in lui era più che meritata: lavorava se necessario, oltre che di giorno, anche di notte. Per un periodo, fu anche guardiano notturno al Mondo Migliore, pur continuando le sue attività diurne, e diverse persone non esitavano ad affidargli il controllo di esercizi commerciali, se dovevano assentarsi per un giorno.   Talvolta, quando perdeva la pazienza, scomodava le sante anime di tutto il calendario e se la moglie cercava di fermarlo, ancor di più perdeva la pazienza, ma forse questo era forse il suo unico difetto che il buon Dio avrà dimenticato pensando alla sua grande generosità e disponibilità verso il prossimo.

Buona forchetta, una volta fu invitato al ristorante e ordinò un bel piatto di bucatini all’amatriciana. Li gustava pian piano conversando con altri commensali e intanto accantonava saporiti pezzetti di guanciale croccante, pregustando il boccone finale. Immaginate la sua espressione quando, per un attimo distrattosi perché chiamato da un amico, girandosi si accorse che il piatto era stato portato via da uno zelante cameriere che immaginava avesse terminato di mangiare. Inutile dire che un secondo piatto di pasta fumante e saporito dovette essere immediatamente preparato e servito a quel cliente che in modo molto convincente aveva lasciato poco spazio ad altre alternative!

Amava la sua famiglia, Romano, e la generosità verso tutti è ricordata con affetto da chi lo ha conosciuto e ancora oggi lo ricorda. Troppo presto nell’83, una malattia in breve tempo spense il suo sorriso e la sua forza di vivere: non aveva ancora sessanta anni. Rimpianto e benvoluto da tutti, ancora oggi vien da dire a chi subisce un infortunio: – Esso, se mo’ stea llu pore Romano’e Sosò, te remettea l’ossa senza fatte tribbulà! – E chissà, forse da lassù sorride Romano, mentre massaggia qualche angioletto infortunato scivolato dalla sua nuvoletta…

 

 

 

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